Oltre il sentiero

di Maria Lucia Rametta

Il giorno del mio arrivo in Ovaro chiedo a Giulia, la titolare del campeggio, il nome di una guida di media montagna. Lei propone Omar: nella vita succedono incontri mirati, non casuali. Cercavo una persona capace di conduri alla conoscenza del territorio, nella sue valenza geografica e umana. Omar è stato la risposta puntuale al mio bisogno di storie e narrazioni, declinati con la sensibilità sottile di chi è abituato a scrivere.

Conosco Omar alle otto di mattina al bar del campeggio. Si presenta in maglietta rossa e calzoncini color della terra. Omar è guida. È un tipo asciutto con gli occhi chiari e la faccia ingenua – un tipo essenziale – penso io.

Saliamo in macchina e chiede: – dove vuoi andare? –

– Timau. Mi piacerebbe salire sulle cime che separano l’Italia dall’Austria – lui non conosce la mia passione per i paesi di confine, gli ultimi prima delle frontiere.

Larici e abeti rossi, tanti divorati dal bostrico, ci accompagnano lungo la strada. L’asfalto diventa sterrato e il bosco si apre in una verdissima piana, costellata di minute fioriture bianche, gialle, azzurre e viola. Lasciamo la vettura nel parcheggio della malga e ci incamminiamo silenziosi lungo il sentiero in salita. Le poche nuvole proiettano ombre più scure sui prati luminosi. Ogni elemento del paesaggio perde i confini e si confonde col successivo: tutto sembra muoversi in un insieme vivo e mutante.

Lungo la salita

I monti attorno a noi sono verdi fino ai crinali.

– A che quota siamo? – chiedo.

– Attorno ai milleottocento metri di altitudine – risponde Omar – vicino al Passo Pramosio, nell’ombelico delle Alpi Carniche.  –

– Perché la flora arriva fino lassù? Sulle mie montagne la linea di vegetazione è a quote più basse e le cime sono rocciose –

– Le montagne sono in grossa parte di origine sedimentaria – spiega – il terreno è acido e l’erosione, causata da pioggia, neve e ghiaccio, ha modellato dossi morbidi senza verticalità improvvise. La vegetazione ha trovato nutrimento perfetto –

Omar, nelle sue camminate, trova reperti di guerra e continua il racconto fermandosi ogni tanto per indicarmi luoghi precisi. La luce nei suoi occhi svela amore incondizionato per le terre alte.

Il passo era prima linea durante il conflitto mondiale e segna attualmente il confine italo-austriaco. La vallata del But, quella sotto di noi, è stata, nelle fasi iniziali della guerra, terra di nessuno e, come tale, non poteva essere percorsa. Si rischiava una fucilata. Nei mesi successivi i militari italiani avanzarono fino a poche decine di metri dal passo di frontiera e scavarono delle grotte per ripararsi dalle munizioni nemiche e dal freddo. Qui, in inverno, si arrivava a venticinque gradi sotto lo zero. Per rifornire i soldati la vallata veniva quotidianamente attraversata da donne che, nelle le loro gerle, trasportavano viveri e munizioni ai reparti alpini. Le donne si chiamano ora portatrici carniche

C’è una targa inchiodata alla roccia, monumento a Maria Plozner Mentil, uccisa il 15 febbraio 1916. Le è stata conferita la medaglia d’oro al valor militare molto tempo dopo la morte.

Riprendiamo a camminare in silenzio. Intimamente penso che Omar sia la guida più muta del mondo e ringrazio per la sua presenza discreta. La frequenza dei passi successivi è legata alla velocità dei pensieri; poi la mente si assopisce e il ritmo rallenta.

Il lago di Avostanis

Vedo. Annuso. Ascolto. Mi pulisco. Mi accolgo. Sono erba e fiore. Sono roccia e acqua. Sono gli zoccoli delle manze e l’urlo della marmotta. Sono tutto e niente.

Respiro.

Sento il corpo e la vita che lo attraversa.

Parlottiamo sottovoce per non disturbare la montagna e camminiamo lenti come se stessimo attraversando un luogo sacro, come si fa nelle chiese; il profumo speziato del timo, come incenso, accompagna la vista sulle acque vitree del Lago di Avostanis.

Le trote scure nuotano sul fondale e la cima del monte si specchia precisa sulla superficie tranquilla dell’acqua, rivelando con esattezza linee e fori della roccia calcarea, chiari e scuri inframezzati dal verde dei prati.

Omar si toglie scarpe e calze e immerge la pelle bianca dei piedi nell’acqua gelata. Io, in un primo momento, scambio due parole con tre signori che hanno tanto da dire sulle storie legate alla Carnia, poi lo raggiungo e mi siedo. Entrambi desideriamo ritornare al silenzio ma l’uomo più anziano parla con un volume alto. Ci infastidisce.

Siamo a 1.950 metri di altitudine e l’aria è fresca, nonostante il sole.

D’improvviso sentiamo il vociare chiassoso di un gruppo di ragazzotti attorno ai vent’anni. Saranno almeno una trentina, una squadra di pallavolo, come è scritto sulla loro maglietta. Decidiamo di alzarci e proseguire.

Una parete rocciosa costeggia il sentiero e, di tanto in tanto la profondità cupa di una grotta interrompe il grigio chiaro del calcare.

– Vedi quelle? – chiede Omar – sono le grotte scavate dai soldati. Sopra c’è il confine –

Una delle gallerie del Passo Promosio

Io mi eccito alla parola “confine” come una bambina alla parola “gelato” ma lui non lo sa e mantengo un controllo inutile sul mio finto disinteresse, viste la fresca conoscenza reciproca e la mancanza di confidenza. Pongo una domanda che devi l’attenzione.

– I soldati delle due parti si conoscevano tra loro? Il bestiame degli uni pascolava nei territori dell’altro immagino. Le mucche non sanno cos’è una frontiera di stato –

– Sì. I nemici di guerra erano amici fino al giorno prima dello scoppio, a volte imparentati, a volte lavoravano assieme – Rimango muta e mi sento un po’ sciocca.

– Vieni – prosegue –attraversiamo il confine! –

Lo seguo entusiasta. Entriamo in una grotta.

–  Qui siamo in territorio italiano; di là saremo in Austria –

Tra il foro di apertura e quello d’uscita i sessanta metri di roccia scavata sono illuminati dalla luce fioca proveniente dal fondo. Alla penombra succede il chiarore e la grotta si apre su una valle verdissima e ampia. È Austria!

Due gocce d’acqua possono sembrare uguali ma ognuna di loro ha la sua vita e la sua storia, passato, presente e futuro propri.

Sia sul versante italiano che su quello austriaco la roccia esterna alla grotta è solcata da rigagnoli che, piano, rallentano il fluire per trasformarsi in goccia laddove la pietra presenta asperità improvvise. I fili allungati diventano rotondità e riflettono il cielo in una finestra di luce; come in una sfera magica sospettano ciò che avverrà. Ebbene se la goccia cade in Austria, l’acqua inizierà il lungo e periglioso percorso nella valle del Gail, si riverserà nel Danubio e uscirà nel Mar Nero; se cade in Italia ingrosserà il torrente But prima, il Tagliamento poi e sfocerà nell’Adriatico. Un po’ come nell’esistenza umana, basta poco per delineare una vita.

Sulla linea di confine

Il racconto sopra riportato è inserito nel libro “Carnia” di Maria Lucia Rametta – disponibile per l’acquisto on line a questo link

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