Dagli un titolo

Sarà un articolo molto lungo quello che segue e sarà anche piuttosto polemico. O quantomeno contrario a quei toni che contraddistinguono solitamente i miei scritti. Ma oggi questi sono i sentimenti che ho nel cuore e vi spiegherò nel seguito perché: rassegnazione, rabbia e, forse, impotenza. Alla fine sarai tu lettore a poter dare un titolo alle considerazioni che seguono. Cercherò di essere più obiettivo possibile, lasciando ogni valutazione personale a te.

Ovviamete il diritto di replica è sacrosanto, e chi si sente di dire qualcosa in merito può farlo commentando a fondo post (io non censuro nulla).

Andando subito al sodo il sunto è che non sono più il gestore del rifugio De Gasperi. E’ rimasto il mio socio a portare avanti una lotta impari, non certo con la montagna (quella non c’ha mai fatto tiri mancini) piuttosto con il sistema Italia, se così lo vogliamo definire.

Concluso il terzo anno di gestione in quota ho dovuto compiere una scelta non certo facile ma, obbiettivamente, inevitabile ed obiettiva lasciando le sorti di quella che è stata, d’estate, la mia casa in quota da tre anni a ‘sta parte.

Il sistema Italia, dicevo, un calderone in cui volente o nolente, da imprenditore, ci finisci. Dove provi a galleggiare ma che ti risucchia inevitabilmente. E sarà così finché le cose non cambieranno drasticamente. Perché stanno peggiorando, ogni giorno. La situazione è talmente incancrenita che difficilmente vedo all’orizzonte prospettive rosee. Imprenditore, dicevo. Perché uno dei nodi della questione, in primis, è che per certe persone, che pure ricoprono ruoli di rappresentanza in enti interessati dall’economia di un rifugio alpino, il gestore più che imprenditore dovrebbe essere un benefattore disinteressato, una sorta di filantropo che passa le sue giornate in quota perché altri interessi non ha. Da questa differente concezione sostanziale si può già capire come l’approccio sia diverso: da una parte il gestore/imprenditore che nel rifugio vede la giusta fonte di reddito personale in relazione agli sforzi prodotti, dall’altra, nel mio caso, chi mette in secondo piano tutto ciò, privilegiando la conservazione della struttura. L’affitto annuale, un macigno che grava sui bilanci dei gestori. Mi sono sempre chiesto come venga calcolato il canone d’affitto nei rifugi alpini. Affitti spesso più alti di quelli delle strutture nei posti più in voga dei fondovalle e delle pianure. Immaginavo che fosse rapportato al fatturato, che considerasse l’appetibilità commerciale, il numero di posti letto, la posizione privilegiata o meno. A tutto questo non ho avuto mai una risposta chiara perché gli affitti dei rifugi, almeno quelli di proprietà del CAI, vengono stabiliti “per analogia”. Analogia a cosa? Analogia ad altri rifugi. Va da sé, quindi, che vengano assimilati rifugi sperduti, dove gli avventori scarseggiano, ad altri presi d’assalto. A meno che il direttivo della sezione di appartenenza non decida che, al gestore, non vadano chieste cifre astronomiche perché già il fatto di prendersi questa “patata bollente” della gestione è una mezza condanna autoinflitta. Qualcuna ce n’è ma primeggiano le sezioni che richiedono migliaia e migliaia di euro senza un riscontro obiettivo. Posso anche capire che l’affitto annuale venga reinvestito nella struttura, in parte o in toto, ma non può essere questo un sistema funzionante! Non dev’essere il gestore che sostiene la struttura ma il contrario! Se le sezioni si ritrovano tra le mani degli edifici che non riescono più a sostenere economicamente, che le vendano! Troveranno un investitore straniero che le compra… I famosi imprenditori esterni che lo stesso assessore al turismo regionale invoca come la manna dal cielo. Un piano di sviluppo turistico per i prossimi anni che punta tutto sui poli sciistici.. Arriveranno gli investitori, arriveranno i ristoranti stellati e lo show businnes. Peccato che la nostra montagna abbia bisogno esattamente del contrario. E perché non pensare invece ad un nucleo centrale regionale che abbia in seno tutti i rifugi alpini, che li sostenga economicamente (intendendo se ne prenda cura dal punto di vista strutturale) e curi anche la diffusione turistica degli stessi. Utopia, pura. Il De Gasperi lo conoscono in pochissimi, nonostante l’impegno profuso. e continuerà ad essere così. Non si può chiedere un affitto così alto, concesso come ramo d’azienda, quando mancano le basi solide perché l’azienda funzioni. tra le tante, la rete idrica. Sempre con l’assillo di restare senz’acqua. E mai una soluzione definitiva, intanto il gestore è lassù e se resta senz’acqua… Pazienza. Però l’affitto lo paga lo stesso. Non possono essere, a mio parere, dei volontari come i soci del CAI a decidere per chi riveste un ruolo imprenditoriale. Le due cose cozzano, c’è un contrasto di fondo. Chi non è imprenditore non ha idea di quanti balzelli ci siano in quelle 4 mura che sorgono al limite del bosco e quanto sacrificio richieda aprire la porta ai frequentatori delle montagne, ogni giorno della stagione con il sorriso sul volto. Con questi pensieri che ti frullano in testa.

E intanto l’imprenditore rimugina.

In questi 3 anni lassù non abbiamo avuto nulla di facile né di regalato, ma questo lo avevamo messo in preventivo ben sapendo in cosa ci stavamo inoltrando. Ma, oltre alle difficoltà messe in preventivo (logistica complicata e pesante eredità del precedente gestore) le sorprese sono arrivate dopo, agevolate da un’amministrazione comunale che non ha fatto nulla per venirci incontro.

Parliamo della prima sorpresa, ad esempio. Il rifacimento di 2 ponti sulla viabilità principale di accesso alla zona del De Gasperi. Come per incanto i lavori, che potevano essere benissimo eseguiti nelle stagioni autunnali ed invernali precedenti (ma ci voleva lungimiranza.. Oddio, a pensare che non sia proprio la stagione estiva – dove c’è un minimo di vitalità in valle – quella consona ad eseguire lavori alla viabilità non ci vuole una laurea), sono cominciati esattamente durante l’apertura della nostra stagione estiva. In Friuli esiste una legge regionale che obbliga all’apertura dei rifugi alpini dal 20 giugno al 20 settembre di ogni anno. Consci di questo diktat, abbiamo garantito la nostra presenza in rifugio da giugno pieni di entusisimo. Ma per l’approvvigionamento della struttura è stato necessario utilizzare la strada di Sauris – Casera Razzo, allungando di più del doppio i tempi per raggiungere il rifugio nonché raddoppiando le spese. Ci siamo fatti decine di viaggi sui tornanti saurani, con un tragitto di 1.45h anziché i 40 minuti che servono per arrivare al parcheggio dalla Val Pesarina . Fino al 10 luglio siamo stati in quota garantendo i rifornimenti nonostante i fornitori non andassero oltre Tolmezzo. E contemporaneamente ai lavori sui ponti, la strada secondaria utilizzata è stata oggetto di lavori per la stesura di un cavidotto interrato (ore e ore di semafori rossi) nonché della chiusura totale dell’area di Casera Razzo per esercitazioni militari. Il De Gasperi, fino a luglio, restava l’edificio meno raggiungibile della Carnia, ma noi lo si raggiungeva ugualmente, con sforzi e spese incredibili. Con luglio, finalmente, viene riaperta la strada di accesso e si cominciano a vedere i primi clienti della nostra gestione ma a settembre tutto da capo. C’è da fare il secondo ponte. Idem con patate. La nostra prima stagione è durata di fatto metà del previsto e i costi non sono di certo calati, anzi. In tutto ciò fa sorridere, ad esempio, l’imposta comunale sui rifiuti. Ammonta a qualche centinaio di euro, poca cosa dirai tu, tanta roba in un bilancio rosicato – rispondo io. Ma quello che più è deprecabile, tralasciando il mese di servizio rifiuti assente per i lavori ai ponti con contestuale nostro impegno diretto nello smaltimento, è che l’imposta sia calcolata sui 12 mesi dell’anno quando il rifugio De Gasperi, trattandosi di attività estiva, lavora per non più di 4 mesi. Tutto ovviamente comunicato agli uffici competenti con regolare SCIA. Una tariffa annuale iniqua per un servizio deficitario. Vuoi la differenziata? Fattela! “Non veniamo in culonia con 3 camion diversi”- questa la risposta ai miei interpelli del tempo. La nostra formazione ecologista, tuttavia, ha prevalso e sempre a nostre ulteriori spese, abbiamo continuato in 3 anni a conferire a discarica tutta la merce, differenziata per tipologia. Un continuo rimando tra Comune e U.T.I. per giungere alla conclusione che è così, punto e basta. E intanto l’imprenditore rimugina.

In 3 anni le nostre richieste al Comune sono state 2: la riduzione della TARI (pagare per il servizio utilizzato e non per quello inventato) e la messa in opera di qualche tabella per i bambini lungo il sentiero. Spesa preventivata: 500€. Per un rifugio che dopo anni torna a riempire di pubblico il parcheggio in valle, credo possa esserci uno sforzo in tal senso. La risposta lapidaria, nel 2017, è stata “chiederemo i contributi quando uscirà un bando”. Me la sono messa via fino al 2019, quando la regione promuove un bando che sembra fatto su misura in tal senso. Interpellati in merito, i rappresentanti del comune mi dicono di aver destinato eventuali fondi ad un sentiero di fondovalle. L’aiuto del comune nei nostri confronti è stato questo: praticamente nullo.

Il punto di forza dell’intera zona del rifugio è, senza dubbio la ferrata dei 50. Il tragitto attrezzato più lungo dell’intero Friuli Venezia Giulia. Nel 2017, come diventano nostre le chiavi del rifugio, la ferrata viene chiusa alla percorrenza per una serie infinita di cavilli burocratici. La stessa resterà chiusa fino al primo mese di agosto del 2019, procurandoci una perdita devastante di frequentatori. Ad oggi la questione non si è ancora conclusa in maniera definitiva. Non mi soffermerò oltre sulle ragioni addotte dai vari attori nella vicenda, mi chiedo però come sarebbe andata se una situazione del genere si fosse verificata sulle vicine Dolomiti Venete, dove il turismo montano è quello che fa vivere interi paesi. Immagino che se avesse chiuso la ferrata della Tofana, ad esempio, non sarebbe rimasta impraticabile più di una settimana. Qua sono 3 anni. Perché là il turismo fa vivere mentre qua da noi no, ma è perpetrando situazioni così paradossali che la Carnia muore. E questo dovrebbero capirlo gli amministratori locali. Le situazioni d’emergenza che ci sono sulle nostre montagne non possono aspettare, vanno risolte immediatamente! Penso alla 50, alla rete idrica del rifugio che dopo 3 anni versa nelle stesse condizioni di vent’anni fa, ma anche alla vicenda del rifugio Lambertenghi, alla viabilità post Vaia di varie malghe, ai servizi vitali per le piccole imprenditorie che non vengono garantiti in alcuna maniera. E’ chiaro che poi l’imprenditore chiuda, nonostante animato dal massimo entusiasmo e passione, queste vicissitudini, su più fronti perpetrate di anno in anno, ti fanno sentire solo. E chi già lo è fisicamente perché lontano dal fondovalle, andrebbe invece incentivato con il massimo degli sforzi. Ad oggi, in Carnia, non è così.

E intanto l’imprenditore rimugina..

Lo sai come funziona lo sconto CAI per i soci che si recano in rifugio? Tu, ignorante come me prima di 3 anni fa, dirai che – a fronte di una presenza del socio in rifugio con relativa consumazione – il CAI a fine stagione rende una controparte economica al gestore in funzione di quanto usufruito dai propri soci.. E invece no! Lo sconto CAI, che certe persone (fortunatamente poche) chiedono al rifugio anche per un caffè, dovrebbe chiamarsi più propriamente sconto gestore perché è il gestore che rimette soldi e che li regala alla propria clientela. Un esempio? Mezza pensione del 2019 per tutti a 49€, per i soci CAI a 42.5€. I 6,5€ di differenza non vengono riconosciuti da nessuno a fine stagione, sono soldi che “si allontanano” dagli utili del rifugio.. Moltiplicati per qualche centinaio di persone… Tu cosa ne pensi?

E intanto l’imprenditore rimugina..

Si diceva la burocrazia.. Che la burocrazia in Italia non aiuti nessuno è un dato di fatto, ma in montagna questa triste realtà è amplificata.

C’è l’ufficio che ci chiede una scansione perché la pianta in scala 1:200 è piccola e la preferisce 1:100, c’è l’HACCP, il corso SAB con esame, il RIT per le camere, la fatturazione elettronica che devi avere con software anche per 2 fatture all’anno, il registratore di cassa con controllo semestrale, il registratore di cassa che devi cambiare per la trasmissione telematica dei corrispettivi (a 1800 dove si e no c’è segnale GSM), il registro dei corrispettivi, il registro del mancato funzionamento del registratore di cassa, il documento di valutazione dei rischi, il corso per l’emergenza antincendio con esame (io che sono nella mia professione ai massimi livelli nella prevenzione incendi devo farlo comunque), il corso di primo soccorso (sono tecnico del soccorso alpino da 15 anni nonché soccorritore in pista da 6 anni – non aggiungo altro), il notaio che entri con un preventivo e, chissà perché, esci che hai pagato sempre il doppio, la TARI, la TASI, il telefono che non funziona mai, i costi fissi della rete elettrica che ti massacrano, il consulente del lavoro, la commercialista, i voucher che funzionano non prima di 10gg, la PEC, il POS con delle commissioni e canoni che rasentano livelli indicibili, etc etc etc e mi fermo qui.

Ho rimuginato parecchio in questi ultimi tempi e ho deciso di congedarmi dalla valle Pesarina e da quella casa con il tetto verde. Gli sforzi lassù sono veramente troppo alti per vivere bene, e non sono mai stato uno che pretende la luna. Chi mi ha conosciuto nelle estati del De Gasperi avrà capito, forse, qualcosa in più di quanto detto qui sopra. Chi si vuole arroccare sul proprio operato, magari perché colpito nell’orgoglio dalle mie considerazioni, pensi piuttosto che lassù è rimasto chi non vuole mollare.

Passo il testimone al mio, oramai, ex socio a cui auguro ogni bene per il futuro.

Mi piace pensare che, nonostante tutto, in tre anni di lavoro al Dega ho sempre salito il sentiero 201 con gioia e riconoscenza per la fortuna che avevo. La possibilità di lavorare in un contesto che sentivo mio, la possibilità di fare conoscere la mia terra e le sue innegabili bellezze, la possibilità di conoscere e relazionarmi con tante belle persone che sono venute a trovarci.

Il Dega mette a nudo tutti, nel bene e nel male.

Ho fatto quanto potevo, mentalmente e fisicamente e non ho rimpianti. Alcuni già dicono “se non ti piaceva quello che facevi è stato meglio se hai mollato”. La pensino così se tanto gli aggrada. Diceva Celentano: io – francamente – me ne infischio

3 pensieri riguardo “Dagli un titolo

  1. Come ti capisco. Avevo un negozio e nonostante la passione dopo solo un anno e mezzo ho dovuto chiudere. Avevo i miei clienti ma niente da fare, non riuscivo a sopperire tutte quelle spese. Ho chiesto una mano al comune ma niente da fare. Ho chiesto una mano ai padroni dei muri e quelli mi sono venuti in contro ma era comunque troppo poco. Ci vogliono ridurre al lastrico.. Ho rimesso in totale 20.000€ praticamente capisci che ho lavorato rimettendoci?! Uno strazio! Sono stata molto a pensare “chiudo o tengo duro?” poi mi sono detta che non potevo stare lì per ingrassare Roma e quindi ho chiuso bottega. Ora parlo con rabbia ma non ho rimpianti. Ci ho provato. Ora finalmente dopo un anno ho trovato lavoro ma caspiterina che difficoltà!!! Siamo un paese destinato a morire questa è la cruda verità. Guarda Tolmezzo un avvilimento. Non guardare in dietro! Hai fatto sicuramente tutto il possibile! Ti ho conosciuto salendo sull’Amariana e di te mi è rimasto il ricordo di una persona pacata e capace. Buona vita ragazzo!!!

  2. La Carnia è morta; la regione Fvg è morta. E’ brutto da riconoscere ma non farlo vuol dire essere complici.Le Tue disilluse ma veritiere osservazioni si scontrano con un mondo ( quello degli amministratori pubblici) fatto di incompetenti, improvvisati, cinici soggetti a cui della nostra cara Carnia non importa proprio.
    Ed è bruttissimo da dire; e ancor di più nella terra di Carpendo “il papà” della legge sulla montagna che già 50 anni fa aveva previsto che “la montagna” era “altro”. ma tant’è.
    la regione ha dato alla Carnia oltre 50 milioni di euro per le gestioni associate, per promuovere un modello organizzativo e di relazioni interente in grado di poter migliorare la qualità dei servizi e liberare risorse per nuovi modelli di sviluppo.
    Risultato dopo dopo 23 anni? sviluppo 0; miglioramenti 0; ma un risultato si è stato ottenuto: la Carnia non c’è più. l’hanno cancellata dal soggetto che la rappresentava e la teneva unita: la Comunità montana della Carnia oggi UTI Carnia. perché? perché non tutti i comuni ne fanno più parte. Sono riusciti anche far questo. Gortani si rivolta nella tomba.
    augurs Omarut e coragio simpri. si viodin ator.
    bepo

  3. Purtroppo non sta morendo solo la Carnia, sta morendo l’Italia e buona parte dell’Europa. La Grecia è già stata ridotta ai minimi termini.
    Il primo esperimento, lo fecero in Argentina negli anni 80. Presero un paese pieno di risorse, e con la scusa del debito pubblico, con la scusa che il paese era arretrato e bisognava ammodernare, fecero le famose privatizzazioni. Aziende pubbliche che producevano lavoro e ricchezza vennero ceduti ad imprese straniere.
    In pochi anni il paese fece un default.
    Conobbi due argentini negli anni 90 quando un gruppo di imprenditori italiani, soprannominati impropriamente “capitani coraggiosi” disfarono le maggiori aziende italiane con la complicità ovviamente di una politica corrotta e di un’informazione completamente in mano ad interessi altrui.
    I due argentini mi misero in guardia, e mi dissero che successe così anche da loro e le cose anziché andare meglio sarebbero andate sempre peggio.
    E così successe.
    Probabile che sia tardi, ma se non ci svegliamo entro poco tempo saremo ai livelli della Grecia.

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