Il Creton di Clap Grande!

di Tiziana Romano

26/08/2023

L’orologio vibra al polso e so di dovermi alzare perché se rimandassi non ce la farei più: le quattro ore
scarse di sonno appesantiscono le palpebre e devo lottare contro Morfeo che mi chiama a sé.

Devo scuotere Pino dal sonno pesante mentre tenta di girarsi nel letto e riprendere il suo letargo a tradimento. Una veloce e spartana colazione e siamo già in auto lungo la val Pesarina diretti a Pian di Casa.

Il silenzio sonnacchioso del viaggio lo rompiamo solo all’arrivo nel parcheggio per commentare la temperatura che è piuttosto calda per l’ora. Gian sta spazzando la terrazza prima di aprire il bar e lo saluto con un fischio. Ridacchia e mi chiede dove siamo diretti quindi ci accomiatiamo con la promessa di una birra al ritorno.
Il sentiero per il “Dega” è sempre una sfida di buon mattino, penso mentre ci arrampichiamo lungo le scorciatoie sul primo tratto e lasciamo presto alle spalle il bivio per Mimoias, dove la salita si addolcisce un po’. Ripenso nostalgica alle volte che ho salito questo sentiero per salire a lavorare, su al rifugio. È proprio un bel risveglio muscolare e lo zaino mi fa sudare la schiena mentre nelle rade aperture della vegetazione noto come il cielo sia leggermente offuscato in lontananza, a testimoniare l’umidità che permea la giornata. Mi scappa uno sbadiglio e, poco prima del bivio con il vecchio sentiero dimesso, sento raggiungerci da dietro qualcuno. Un rumore di bastoncini affrettati preannuncia che bisogna farsi da parte. Mi giro e vedo arrivare con passo baldanzoso Fede. Ma come? Non è alla Tolmezzo-Coglians? Sorride sornione e mi ricorda che oggi ci sono i corsi di alpinismo al De Gasperi e poi continua di buon passo verso il rifugio.

Al bivio imbocco il vecchio sentiero dimesso senza troppo pensarci quando sento un “ma che fai?!”. Pino mi guarda un po’confuso: gli spiego che quel tratto è ancora percorribile da chi ha dimestichezza con i terreni infidi… proprio come noi.
Mi segue e ci troviamo a traversare il tratto nel canale senza difficoltà di sorta osservando il sentiero ufficiale correre più in basso.
Raggiungiamo in breve il rifugio già accaldati, ancora intenti a riprenderci dalle poche ore di sonno.

I ragazzi del corso stanno facendo gli ultimi ritocchi agli zaini e organizzando le varie cordate. Entriamo a
salutare Anna godendoci il suo caffè, prima di cominciare – per davvero – la giornata.
Prima di ripartire chiacchieriamo cinque minuti anche con gli istruttori per capire quali saranno le loro varie
destinazioni: c’è chi farà la Torre Livia, chi il Diedro Gilberti, chi la Ferrata dei 50. Ci chiedono anche dove siamo diretti e confessando il nostro interesse odierno per la normale al Clap Grant, poi ci salutiamo dandoci appuntamento davanti ad una birra fresca nel pomeriggio.
Il sentiero riparte appena dietro al rifugio, sopra al campo di bocce e prosegue accanto alla piccola
chiesetta che saluto affettuosamente con una carezza e un veloce pensiero. Si sale lungo il sentiero che si
dirige alla forca dell’Alpino lungo il piede erboso dei ghiaioni. Indico i vari settori delle falesie del De Gasperi
a Pino, ricordando le sere con Omar a cercare appigli tra quelle rocce: ho ancora in mente la luce rosata che
scendeva tra le rocce mentre ci arrampicavamo via dalla fatica del giorno.
Saliamo spediti e superiamo un gruppetto di corsisti che era già partito dal rifugio. A terra troviamo la
bollinatura rossa e qualche piccolo cartello in legno che indica le varie direzioni.

Lasciamo a sinistra l’indicazione del sentiero del gallo, anello attorno al De Gasperi, salendo ancora, su un terreno sempre più sconnesso e selvaggio. Ci siamo solo noi e, non fosse per i corsisti, la montagna sarebbe soltanto il regno di animali e nubi che corrono veloci oltre le creste rocciose. “C’è vento in alto”, fa notare Pino: domani cambia il tempo.
Saliamo sui ghiaioni abbaglianti sbuffando in silenzio e seguendo le indicazioni, tranne per una mia svista nel
tentativo di prendere una scorciatoia che scopro non esserci più. Ah la vecchiaia!
Ci troviamo al bivio per la Forca dell’Alpino, che lasciamo sulla destra, mentre procediamo sotto parete sul
sentierino che si fa sempre più verticale e su detrito sempre più sottile.

Comincia a fare sempre più caldo e mi chiedo se sia una buona idea quella “Sud” proprio oggi.

Non ricordavo che l’attacco fosse così in alto, il mio cervello deve aver rimosso quella salita infinita. D’altra parte lo chiamano Malavoglia per qualcosa!
Pino continua con il suo passo alpino su questo terreno faticoso mentre io gli vado dietro senza troppe lamentele: d’altra parte è stata tutta mia l’idea mentre lui se ne sarebbe stato tranquillamente a letto.
Finalmente su un grosso masso spicca la scritta “Clap Grant” con una bella freccia che mostra la direzione
dell’attacco. Appoggio lo zaino ed estraggo l’acqua, fortunatamente ancora fresca, bevendone grossi sorsi. Mi guardo attorno mentre indossiamo il casco: le verticali pareti che ci circondano sono selvagge e gli unici
segni d’umanità sono i bolli rossi e la traccia di sentiero che si intuisce sul ghiaione; di fronte le dorsali di
Sauris e Malga Malins lontane e morbide paiono un mondo totalmente diverso.
Lasciamo il ghiaione sotto di noi seguendo i bolli su roccia non affidabilissima e un po’ sporca di detrito (ma fa parte del gioco) con facili passaggi di II°. Bisogna prestare attenzione ai bolli e agli ometti che a volte possono essere lontani. Partiamo inoltrandoci nella gola per poi spostarci lateralmente su di un’altra orientata a sud ovest, meno esposta al sole.

Il vallone superiore

Si sale rapidamente lungo la fresca gola lasciando la corda, che Pino ha sapientemente voluto scarrozzare, nello zaino. Ogni circa 25 metri si trovano vecchi e solidi fittoni nella roccia, perfetti per le calate del rientro.
Arriviamo senza troppi problemi al punto dove la gola si fa più stretta e la natura vi ha incastrato un grande macigno. Bisogna passarci sotto per poi salirci e trovarsi, poco sopra, ad arrampicarsi su di un piccolo salto leggermente strapiombante che rappresenta il passo chiave della via (III°). Pino lo supera senza troppe difficoltà controllando che il corto spezzone di corda lasciato ad aiuto sia utilizzabile. Io mi ritrovo a brontolare abbracciata al sasso perché il mio orgoglio mi impone di provare a domare la difficoltà senza la cordicella, ma la mia altezza ben più modesta di quella del compagno mi rimanda alla realtà non lasciandomi
arrivare all’appiglio e sono costretta a cedere per non perdere troppo tempo ed energie.
Saliamo dunque ancora senza intoppi fino alla selletta che ci schiude la vista sulla conca di Sappada e le montagne retrostanti. E’ un meraviglioso balcone. Spunta un sorriso soddisfatto a quella vista che,
regolarmente, riappacifica il mio cuore.

Proseguiamo verso destra e a nord su una cengetta che conferma la natura della roccia (…) per poi salire in vetta lungo la breve crestina sommitale: si dipana ai nostri occhi una vista meravigliosa a 360°. Ad est il Creton di Culzei e il Creton dell’Arco, enormi e massicci con le loro vette piatte e oblique, le
stratificazioni ben segnate. tra i nostri piedi il bivacco Damiana che si staglia come un punto rosso sul fondo della conca verde e di fronte, a nord, le cime del sappadino, poi quelle austriache in tutta la loro bellezza fino al Gross Glockner. Volgendo lo sguardo a Ovest si riconoscono bene le Dolomiti di Sesto che vanno a sfumare in quelle di Cortina, più a sud poi le Dolomiti Friulane e le montagne del Friuli che vanno ad addolcirsi fino al mare lattiginoso dell’afa odierna. Uno spettacolo incredibile in cui la colonna sonora è il rumore del vento che spazza la cima con una fresca carezza, tale da farci indossare il gilet.

Sulla cima

Ci sediamo estasiati a mangiare una mela e a goderci il momento e la frescura, consci che la parte più difficile è ancora da farsi.
E’ un attimo magico quella pausa sulla cima in cui mi trovo a rivivere i momenti della memoria quando la salii solitaria, ormai cinque anni addietro. Quella volta mi avventurai senza pensarci troppo, forse un po’ incoscientemente. Si rivelò, tuttavia, un’epifania quella salita: credo di dovere le mie scelte degli ultimi anni a quella salita.
Dopo una sostanziosa mezz’ora rigenerante per mente e corpo decidiamo ch’è giunta l’ora di scendere.
Rimetto il casco sul fazzoletto rosso e mi accingo a riprendere la strada del ritorno, quasi un po’ triste per il saluto ai 2487 metri della vetta.

Scendiamo agilmente fino al breve salto che durante l’ascesa mi aveva fatta un po’ brontolare e valuto la possibilità di disarrampicare senza corda, mentre Pino mi guarda a metà tra il divertito e lo scettico estraendo la corda che il suo capiente zaino custodiva: 30 metri, rosa fluo, per scendere più velocemente e senza troppi brontolii.
Mi interroga su come abbia intenzione di affrontare la calata guardando con occhio critico l’esecuzione dei
nodi: da buon istruttore non mi perdona nulla. Quando è soddisfatto, scendo e il 15 metri della calata
bastano per arrivare sotto al masso incastrato da cui proseguo qualche altro passo a cercando il successivo
fittone da cui eseguiremo la seconda calata per evitare il secondo passo un scomodo (sia mai che si usi
la corda per una sola calata dopo tutta quella salita!). Ci abbassiamo quindi spediti fino alla base della via
chiacchierando: siamo definitivamente svegli e anche la temperatura si è fatta decisamente torrida.
Prima di togliere gli imbraghi con uno sguardo d’intesa ci chiediamo se sia il caso di tentare anche l’ascesa della Torre Sappada, quindi ricominciamo a salire il ghiaione fino alla forcella da cui le indicazioni indirizzano verso la stretta gola che dopo i primi passi e la prima staffa traballante stringe facendo dubitare della salita.
Ci guardiamo. Sono sguardi tra lo svogliato e l’accaldato, mentre sentiamo dall’alto qualcuno scendere. Ci spostiamo fuori dalla gola e aspettiamo che l’alpinista scenda: arriva un signore sulla settantina con fare sicuro che ci indica la via dicendo che non è difficile e incitandoci a salire, ma la nostra pigrizia ha ormai vinto e ci ritiriamo, comunque soddisfatti, lungo il ghiaione riprendendo il sentiero dei Malavoglia.

Sentiamo vociare, su in alto. I ragazzi dei corsi sono in parete, nascosti da qualche guglia dolomitica.

La discesa è veloce e silenziosa in un caldo che si fa sempre più cocente e afoso e la mente già corre più spedita alla birra fresca del rifugio.

Di fronte alla chiesetta rallento, poso lo sguardo agli intagli della porta in legno e sbircio la Madonnina scura all’interno mentre tacitamente ringrazio ancora una volta.

È inevitabile trovare una profonda fede in questi luoghi tra gli uomini di montagna, quelli che ce l’hanno nel fondo degli occhi, qualunque sia la loro religione. È una luce speciale quella che si annida nell’anima del montanaro, radicata nel fondo.

Il profumo che arriva dalla cucina mi distoglie da questi pensieri, mi fa sorridere e brontolare la pancia dalla
fame: mi dirigo con una corsetta verso il tavolo che Pino ha sapientemente già occupato, si mangia!

Info Utili: per la salita al Creton di Clap Grande, lungo la via normale da Sud, il punto di partenza si trova a 1236m presso il parcheggio del Bar-Ristorante Pian di Casa, in Val Pesarina. Da lì il sentiero CAI 201 conduce al Rif. De Gasperi (1767m) in circa 1.45h. Oltre il rifugio l’ambiente cambia completamente e i boschi lasciano spazio alla risalita del grande canale detritico che porta verso le pareti del gruppo del Clap. Il sent. CAI 232 conduce verso la forca dell’Alpino (ultima parte del sentiero ufficialmente chiusa ed aggirabile sulla sinistra con la ferrata Gasperina) e si abbandona in corrispondenza delle pareti. Seguendo le tracce verso sinistra, si rinvengono più in alto le indicazioni per l’ultimo tratto di ascesa, di carattere alpinistico.

Dislivello: 1250 D+
Difficoltà: I e II con passaggio di II+/III (agevolato da cordino) – PD
Esposizione: Sud
Tempo: 4/5 ore per l’ascesa, 8/9 ore totali
Periodo consigliato: dalla primavera all’autunno. Prestare cautela nella stagione primaverile per la possibilià di nevai residui nella gola finale e per il possibile distacco di massi e detriti.
Cartografia: TABACCO N. 01 – Sappada – S. Stefano – Forni Avoltri – Val Visdende – 1:25.000

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