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L’ho conosciuto un pomeriggio di nebbia, vagando come si può fare in quelle giornate dal tempo guasto in cui già sai che non vedrai anima viva. Risalendo il fondo di un bosco pensile circondato da pareti grigie e scoscesi salti per lo più inaccessi agli uomini. Un bosco che non interessa a nessuno se non alla mia curiosità. E alla fantasia. Scorto tra grossi abeti arcigni, non m’è parso al principio possibile che fosse dove effettivamente giaceva e giace ancora. E chissà per quanto tempo continuerà a farlo.

In bilico sul baratro protende la parte viva di se stesso, ancorato con grosse radici, pare voler spiccare il volo sul vuoto verso la malga di Clap piccolo ma di fatto si ostina a restare sopra al punto più alto del sentiero d’accesso. Animo da sentinella o da rapace? Questo larice avrà trecento anni, porta i segni del tempo e la parte più grossa oramai morta è tappeto di aghi per le altre forme del bosco. Ma la vita pulsa in lui, lo si capisce benissimo anche se il pennacchio dagli aghi verde acido è solo una piccola parte di questa struttura fossilizzata. Mi siedo e ci parlo. – Hai scelto proprio un bel posto per fermarti a vivere. Qua, al limite della radura-. Non risponde ed è normale perché gli alberi non parlano, o almeno non tutti…

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Ho passato interi momenti a guardare il vuoto steso davanti ai miei piedi. Avere vertigine sotto alle piante per chi va in montagna è facile, basta arrampicarsi su di una cima o per qualche parete. Ma il vuoto davanti, materializzato sotto forma di capogiro orizzontale, non mi era capitato di viverlo o viverlo così spesso. Sul basamento di cemento, lontano poche decine di metri dal via vai dei clienti, sto ipnotizzato dal suono della teleferica che corre monotona verso il basso. L’abisso sembra un materasso verde, morbido ed invitante. Tra i miei piedi un cavo d’acciaio è la linea che permette quassù di viverla un po’ meglio.

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La mattina ha l’oro in bocca. Il sorgere del sole è un fenomeno che non mi stanco di ammirare, specie quassù dove non esistono impedimenti una volta che il sole oltrepassa la scura siluette della Creta Forata. Sveglia presto. C’è da lavorare, da sistemare, da preparare, da accogliere. Si ma prima una boccata d’aria fresca, fuori dalla porta, una boccata d’aria frizzante, quella delle cime di primo mattino.

La porta si spalanca ma fuori già sa di afa, anche quassù a 1760m. L’estate persiste, anche oggi non c’è una nuvola in cielo e non ci sarà almeno fino a domani. Niente doccia. Neppure oggi.

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Una stretta di mano, cento, mille tolgono dai pensieri che la sera, quando sei solo, vengono a trovarti. Pensieri non sempre felici, volatili e mutevoli come le nebbie che avvolgono il Creton di Culzei.

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Un vallone enorme, potrebbe starci il Mondo dentro. Insieme di guglie e canali, di ghiaie e sassi che mirano alla valle. Un musicista compositore che idee trarrebbe da questa calca calcarea? Ritmi forsennati, cambi continui, percussioni – probabilmente.

Sono scappato un momento, volevo sentire questo gran rumore con le orecchie dell’anima.

Adesso ci sono in mezzo, sulle rocce della Pannocchia da solo. Il silenzio è assordante, mette solitudine e sono felice.

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Se non ci fossero le linee delle montagne scure a definire il confine del cielo, beh, direi che l’universo è infinito. Sono steso al fresco di questa serata di montagna, sopra all’erba riarsa dalla mancanza d’acqua e guardo in su. Il tetto del rifugio assume parvenza di casa mia oramai, in contrasto con quei roccioni rischiarati dalla luce della luna, laggiù. Forse anche a quelli potrei dare il nome di casa, ma so già che verrei castigato in qualche maniera nel breve lasso di tempo. Quella non è casa mia, al massimo un rifugio, proprio come questo con tetto verde, oscuri rossi e finestre celesti.

Poi c’è la notte e il cielo che si fondono. E milioni di stelle che ti rendi conto esistano solo se hai la possibilità di scappare dalle luci della città. Adesso sono qui per me a farmi da coperta mentre gli occhi pian piano si chiudono.

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Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Ma senza acqua.

Dietro l’angolo una chitarra accenna delle note, tartaglia indecisa o suona allegra. Singhiozza, accelera e poi frena. Ne prendo una anche io, se si suona in due o tre, it’s better.

Il canto di Maria mi segue, è distante ma riempie il vallone mentre buco le pareti distillando dalla dolomia prese, passaggi e lunghezze di corda che forse piaceranno agli arrampicatori del futuro.

Non è la perfezione che ci piace, ma quel giro stonato che una nota fa prima di tornare a dove è sempre stata, sulle dita delle nostre mani.

 

 

 

 

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