La mirabile arte di Mastro Vernice


Quando cammini sentieri e tocchi rocce da tempi che nemmeno ricordi, ti può capitare di andare oltre quella scorza superficiale dove i più si soffermano. Lasci la montagna dell’apparire, delle comparsate domenicali senza comprensione, del mordi e fuggi. Un mondo che trasfigura cime e boschi sul monitor dello smartphone; con filtri di luce che mutano costantemente l’aspetto della realtà in qualcosa di più lucente, nitido, contrastato. La saturazione dell’immagine e delle idee dev’essere spinta perché solo le tinte forti possono attirare questi occhi assuefatti a immagini di una montagna sempre più stereotipata e fasulla.

Monte Bottai, Prealpi Carniche. Punta di una lunga catena di cime allineate, come anelli di un’immensa colonna vertebrale con l’atlante che sorge dal lago di Cavazzo e che per coccige ha la sella di Chianzutan. Montagne di quote basse che si imbiancano comunque testarde nell’inverno. Pendici che sfolgorano nella primavera con foglie di faggio e la loro potente vitalità clorofilliana che vedi salire nei giorni, dal basso fin su, alle cime spelacchiate.

Conobbi per la prima volta i dipinti di Mastro Vernice sul sentiero che dalla Casera di Avrint si inerpica verso il cielo del monte Bottai. Era appena scomparso un caro amico su quelle dorsali e risalivo tra grossi faggi meditabondo e taciturno, sul far della sera, rinchiuso in pensieri piuttosto tristi. Inizialmente mi parve solo impressione. I segnavia del sentiero, con il loro colori rosso scarlatto e bianco candido rincuoranti, non c’erano più. Mangiati dal bosco, spariti. Pensai di aver smarrito la retta via eppure, a terra, il filo del sentiero risultava evidente e i miei scarponi lo seguivano ligi. Continuai a salire raggiungendo nel cielo serotino i miei pensieri legati a pochi steli d’erba alta, sbatacchiati dal respiro di una Carnia che si stiracchiava ai miei piedi scomparendo nell’oscurità.

Scesi a ritroso sulla via di salita e solo alla luce della lampada frontale, con attenzione, mi resi conto che tutti i segnavia del sentiero erano stati coperti finemente da una patina di vernice grigia e resi invisibili. Una coperta posta sulle cortecce uniformi dei pachidermici faggi secolari di questo bosco. Perplesso e sorpreso, tornai verso le tenebre della valle.

Anni dopo.

Il monte San Simeone evoca ricordi di un terremoto assassino, non troppo lontano nel tempo. Cima tozza su cui sbatte incessante il vento di scirocco che d’inverno risale dall’alto Adriatico a sciogliere le nevi friulane. Montagna che guarda da vicino la dorsale del Bottai, non fosse per la lacrima smeraldina del lago a dividerle, sarebbe un blocco unico di cime.

Risalgo con Ilario un itinerario lungo e per palati fini. Partiamo dal fondovalle, gli scarponi pestano ghiaie di Tagliamento, risalgono dirupi diventati casa di grifoni e gufi reali e, infine, si perdono in un dedalo di rovi, roccette e sterpaglie. Cerchiamo i segnavia, quei colori sgargianti che sono faro nella tempesta. Oggi siamo nella burrasca e, pesa ammetterlo, ci siamo persi. E ritorna alla mente, immancabile, il ricordo di quelle macchie grigie sulle cortecce, quella sera sul Bottai.  Mi avvicino ad una pianta centenaria, la esamino attentamente. Una grossa macchia circolare ha ricoperto quanto le sta ora sotto. Un segno grigio scuro a mimetizzarsi perfettamente con la pianta ospite, come fa il vischio sugli alberi di farin blanc. Capisco all’istante che la mano è sempre la stessa. Studiandone i tratti, quest’artista di bosco, questo pittore di cortecce, espositore nelle gallerie all’aperto dei miei monti, ha un segno distintivo seppur mai si firmi esplicitamente.

Passano gli anni e il mito di “Mastro Vernice” – così lo ribattezzo – aumenta nel locale ambiente escursionistico. Si fanno nomi di cacciatori più o meno ligi a leggi e regolamenti, congetture su singolari personaggi dei paesi adagiati alla base di queste Prealpi Friulane, ipotesi su motivi e moventi. Le mie personali indagini mi porteranno al piccolo paese di Portis, alle falde del San Simeone ma nemmeno troppo lontano dal Bottai e dalle altre cime che si abbracciano. La sua casa è quella di un signore solitario. Parcheggiato nel prato un fuoristrada vetusto mostra la sua età e le sue avventure con croste di ruggine ai parafanghi. Alcuni palchi di cervo stanno in bella mostra sopra al piccolo ingresso dell’edificio, sono segno tangibile di passione venatoria e stimolano compassione verso quegli animali braccati, nonché, a priori, antipatia verso il proprietario. Una casa anonima che si confonde fra le altre come un sasso levigato nell’alveo di un torrente. Non ho prove certe, non sono un pubblico ufficiale, non tifo per la “giustizia fai da te”. Quindi non approfondisco oltre la validità della mia investigazione.

Nei tempi che seguono vago per monti bassi, questo so fare. Montagne di seconda classe dove l’arte di Mastro Vernice sfolgora sempre più, addobbando quasi tutti i sentieri conosciuti e restituendoli, a suo modo, all’oblio originario. C’è una sorta di piano occulto dietro a questi atti, un lavoro magistrale, architettato alla perfezione e studiato nel dettaglio perché le arterie escursionistiche delle Prealpi tolmezzine stanno, lentamente, perdendo l’identità marchiata dall’uomo. Nella mia soffitta stendo una mappa cartografica sul stavolo di lavoro tracciando con il giallo acceso di un evidenziatore tutti i percorsi scomparsi sotto al pennello dello sconosciuto imbrattatore. È incredibile come il settore di queste montagne che vedo nell’orizzonte meridionale delle mie giornate sia, praticamente, tutto sottolineato.

 

Cosa può spingere una persona a fare ciò? Cancellare i segni dell’uomo nella natura, comportando pericoli di smarrimento per i viandanti. Un’opera così certosina da aver richiesto, senza dubbio, intere giornate di lavoro, se non addirittura mesi.

Domande e considerazioni che mi frullano in testa anche dopo l’ennesima giornata storta sotto alla cima del Monte Faroppa, dove ritorno in automobile al crepuscolo, ben oltre i tempi di marcia previsti per il solito smarrimento dell’ennesimo percorso “cancellato”.

Credo oramai di odiare apertamente questo personaggio. Se lo beccassi sul fatto non escludo a priori l’uso delle mani.

Passano i tempi e le stagioni.

Ennesima uscita sulle cime a sud della conca tolmezzina. Salgo con Tiziana, sbuffiamo calmi nel primo freddo verso il monte Piciat, altra punta un po’ meno piatta sulla solita cordigliera che tanto mi attira. I nostri passi scrocchiano a terra sulle foglie indurite dalla brina mentre i respiri disegnano attorno a noi il germe di piccole nuvole. È l’atmosfera silenziosa dell’autunno. Nei boschi il clamore delle foglie in volo è cessato e tutto aspetta, immobile, la neve dal cielo. Oltre il termine di una larga mulattiera degli strani rumori attirano la mia attenzione. Non sembrano troppo lontani dalla nostra posizione e, non riuscendo a capire di cosa si tratti, rallento il ritmo salendo con circospezione nella speranza di un incontro con qualche cervo.   

Ed eccolo lì! Girato l’angolo della dorsale di quota 1300, in un silenzio surreale nel bosco che s’è fatto muto, l’artista dei sentieri scomparsi, Mastro Vernice, sta con il pennello grondante di tinta scura intento nella realizzazione dell’ennesima sua opera inutile. Fermo Tiziana con uno sguardo, capisce i miei pensieri, voglio osservare questo soggetto prima di sbattergli in faccia la mia rabbia di ore vaganti nel nulla e rientri a casa ritardati. Termina un altro cerchio su di un grosso abete, poi si dedica ad un enorme macigno su cui sono impressi rossi e bianchi marchi battendolo vigorosamente con una mazzetta da muratore per cancellare le tracce colorate. Guarda le sue opere novelle compiaciuto. Accarezza la pianta e posa il piccolo secchio di vernice lì accanto, nell’incavo creato da due grosse radici.

È un vecchio, ha i lineamenti netti di rughe e una folta barba grigia. Veste scarponi di cuoio piuttosto consumati, pantaloni scuri e una camicia a quadri che sa di tempi andati. Accendendosi una sigaretta si stende a terra sopra il tappeto scintillante delle foglie d’autunno. Pare tutt’uno con ciò che sta attorno e mi chiedo chi sia io per erigermi a paladino della giustizia dei segnavia. Posso forse considerare queste cime, questi sentieri, queste piante più mie di quel vecchietto che ora, finita la cicca, si è addormentato dopo l’ennesima opera della sua personalissima arte?

Mi volto silenzioso e prendo la via della valle, facciamo dietro front, la mia rabbia verso Mastro Vernice è svanita. Cancellata dal pensiero che forse, in fondo, pure lui abbia ragione a comportarsi in questa maniera. Forse anche lui pensa che la montagna debba ritornare a quella di qualche anno fa, quando ancora le terre alte non erano rinchiuse negli schermi di tablets e smartphone, all’insegna di filtri colore e hashtag #nofilter fasulli. Quando montanari e cittadini, usando termini che ultimamente sono di gran voga, non si contendevano l’egemonia del tema “terre Alte”, in ogni sua declinazione.

Ecco, a pensarci bene, Mastro Vernice potrebbe essere un influencer moderno che a suo modo rende alla montagna la possibilità di non apparire costantemente sfolgorante, senza nebbie pesanti o contrasti da copertina. Toglie colore per ridare forza a quell’anima selvatica di solitudine e tinte di roccia e bosco. Utilizza un filtro personale per fare ciò, un filtro che ha tinte di silenzi e fruscii sussurrati dalle fronde.

Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020 di Altitudini – BC2020 – Altitudini

6 pensieri riguardo “La mirabile arte di Mastro Vernice

    1. Ciao Fosca, credo si sia fermato da solo perchè alcuni sentieri e segnavia sono stati ripristinati da qualche tempo senza subire altre “monomazioni”. Qua in Carnia si dice che qualcuno – forse – l’ha “cudumato”… Ciao!!

  1. Molto interessante, anche se discutibile il mio pensiero, però questo articolo ti fa riflettere: chi sono io per criticare il pensiero di “Mastro Vernice”‘??? Chi dice sia più giusto il mio??? magari rispettiamo semplicemente la montagna in modo diverso.

  2. Plot twist: mastro vernice è lo stesso omarut, con un colpo di scena alla fight club 😉
    Scherzi a parte, complimenti, racconto molto ben narrato!

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