UNBEKANNTER SOLDAT – milite ignoto


Scrissi questo racconto nell’inverno di neve passato sul fondo della Val Saisera, al cospetto delle cime dove il soldato Hans Banko passò i lunghi giorni della grande guerra. Un ringraziamento speciale va a Davide Tonazzi, storico ed appassionato delle vicende belliche delle nostre montagne, che mi donò in anteprima la traduzione del diario di guerra di Hans; dalle sue pagine ho tratto ispirazione, immedesimandomi nel dramma di quelle generazioni in una guerra di montagna che portò sconforto, dolore e sacrifici inenarrabili ai soldati ed alle popolazioni coinvolte. Ho scritto tutto ciò con profonda stima verso i tanti che hanno fatto la storia del nostro passato.

Stamane mi sono svegliato mentre in Ucraina l’esercito russo invadeva terre non troppo lontane dall’Italia. Ancora dolore, ancora sacrifici e lacrime.

Unbekannter Soldat doveva nascere in un’altra maniera, ma oggi sento profondo in me un messaggio di pace che pervade queste poche righe, a distanza di oltre un secolo abbiamo ancora molto da imparare.

Buona lettura, Omar


Pasqua è resurrezione. Non posso mancare al mio voto, fatto a me stesso nel ventre di un inverno, con le mani insanguinate mentre il mio amico morente contendeva l’ultimo suo alito di vita alla morte.

E oggi, lunedì di Pasqua, in una delle mie visite annuali al caro amico Carlo, assaporo il calore di un sole amico, all’ingresso di questa valle che è stata la mia casa nei lunghi mesi di guerra. Oggi che i boati lugubri sono lontani, rintanati nelle profondità di una memoria che vuole cancellare quegli attimi di terrore, oggi che altri rumori non ci sono se non i cinguettii dei ciuffolotti e lo scorrere delle acque vispe del Saisera in sottofondo.

Oggi sono qui, steso nei pressi della tua ultima dimora, a guardare il confine della terra fondersi con il cielo delle cime. Sono così grandi, così selvagge, così lontane da noi che credo, in verità, che l’idea di poterle conquistare e farle proprie con cannoni, mine e bombarde, sia stata da pazzi.

Ci mandarono ad issare bandiere sui dirupi. Pezze di tessuto sbattevano i loro brandelli sui resti di un’umanità derelitta e sulle briciole perse dalle cime.

(immagine tratta dal web)

Ma, in fondo, la guerra mi ha regalato questa nostra amicizia che ho coltivato nelle lunghe giornate di un conflitto che pareva non aver mai fine. E nei mesi successivi, di ritorno alla vita normale quando la vita non sarà mai più normale come il “prima”. Un’amicizia durata troppo poco ma sufficiente a scaldare il cuore in quei tempi freddi dove la ragione degli uomini pareva spenta per sempre.

“Hans Banko, 5° Battaglione della 4a compagnia – arruolato nel 1915 per difendere i confini dell’impero dagli odiati italiani”.

I primi giorni, avvisaglie lontane dei disagi che sarebbero venuti poi. Un ricordo nitido di quel 27 marzo quando giurai fedeltà a Franz Josef e partimmo verso l’ignoto marciando sulle note della fanfara allora convocata. Il sole era caldo, la primavera stava scoppiando con i suoi colori e i suoi profumi e il paesino di Knittelfeld brulicava di uomini, cavalli e donne con lacrime agli occhi. Dopo la disinfestazione generale salimmo sulla tradotta per Furnitz, poi St. Veit e Villach, in vista di montagne grigie ed imponenti, mestamente silenziose e distanti. Così alte e arcigne non ne avevo mai viste.

Passammo la notte nelle baracche, su tavolacci scomodi che già facevano rimpiangere il giaciglio di casa.

Casa. Già mancava. In quella fiumana di uomini non c’era spazio per ricordare quanto lasciato ma solo per covare odio, inquadrati e sottomessi all’imperatore, in marcia verso un nemico ancora invisibile.

Il nemico, gli italiani, come dovevano essere? Le voci dei reduci parlavano di uomini scuri in volto, assetati di sangue, senza pietà alcuna. Organizzati nei loro nidi d’aquila, sempre pronti a farti fuori al primo accenno di cedimento. “Non devono passare!” – Ci dicevano – “Vogliono prendere le nostre case, le nostre vacche, bruciare i nostri paesi e sposare le nostre donne!”. Così, tra di noi, l’odio profondo verso quel nemico mai visto prima cresceva a dismisura man mano all’avvicinarsi della zona di confine.

In aprile ci fermammo a Siebenbrunn dove il prete celebrò la messa dei soldati, per darci la benedizione plenaria che pareva più un’estrema unzione.  Perché voci dal fronte parlavano di un attacco in grande stile, l’Italia non ci stava a fermarsi ancora sulle stesse pietre su cui i soldati vivevano da mesi.

Le esercitazioni sul Wurzenpass continuarono senza sosta, per formarci nella tempra e nella fatica. Le nostre orecchie erano oramai abituate ai sibili del fucile mannlicher in dotazione e agli scoppi delle bombe a mano.

E giunse anche per noi l’ordine di ingaggio. Era tempo di andare a morire.

Dormimmo in una Tarvisio spettrale. Obici italiani avevano distrutto l’intero paese con cura certosina, riuscimmo tuttavia a trovare dei tavolacci ancora integri tra le macerie per passare la notte. Fu quella sera che conobbi l’odore della devastazione, un misto di polvere e puzzo di tritolo che entrò in me dalle narici e si cristallizzò nell’animo.

Sotto la guida del tenente Radulovich partimmo alla volta di Raibl dove attendemmo l’ispezione del generale Franz Rohr, comandante della decima armata. Lo sguardo autoritario passò in rassegna me e i miei commilitoni, da capo a piedi, con disprezzo. Ne aveva ben d’onde. Ancora freschi di formazione le nostre divise linde e gli scarponi lucidi denotavano il nostro stato noviziale. Ben diverso da chi scendeva dai monti, dalle linee che convergevano al lago di Raibl. Uomini stanchi, sfiniti, dallo sguardo vacuo in volto. Da lì non sentii più una risata, sui volti solo tensione e occhi malinconici.

Raggiungemmo le postazioni di riserva dello Schragenbach dove avvenne il nostro primo incontro con le tombe dei fratelli caduti in combattimento. Camerata morti durante il bombardamento delle postazioni sul Rio Confine. Passando accanto ai tumuli nella truppa scese un rispettoso silenzio che si mantenne tale fino a sera, quando dopo ore di marcia, giungemmo alla destinazione assegnata, la Fischbachalm (malga Grantagar).

Conobbi lì, per la prima volta, la voce della guerra. Quella vera.

(immagine tratta dal web)

Le esercitazioni nulla avevano a spartire con l’ululato dei cannoni italiani, con un suono profondo di sibilo demoniaco e il botto seguente, come un temporale sceso dal cielo alla terra. Come centinaia di frane cadute assieme nello stesso punto. Un ruggito che dovetti, mio malgrado, imparare a sopportare. Perché scappare altrove non si poteva, ritornare alla propria casa natale, neppure. Li impiccavano per direttissima, come se le morti per mano nemica non bastassero. Dal nostro arrivo la montagna non si mostrò mai silenziosa. La notte i sibili delle cannonate si mischiavano ai colpi secchi dei fucili e agli strappi dei razzi illuminanti. Molta più vita nel ventre scuro della notte, lassù, che nelle giornate assolate. Di giorno gli attacchi scarseggiavano, troppo esposti al fuoco degli italiani i nostri movimenti. Le giornate passavano a costruire o rinforzare i ricoveri nei pressi della malga, praticamente inesistenti prima del nostro arrivo. Ma la notte si vendeva cara la ghirba, in quelle ore di oscurità si decideva la guerra – così dissero i nostri superiori al primo giorno in Fischbachalm. Un posto incantevole, difficile da immaginare senza i buchi e i crateri delle bombe. 

Una mattina dei primi di maggio il sole riscaldava e non si udivano rumori. L’anfiteatro di Grantagar era silente e pareva che la natura si impossessasse di colpo di quanto le era stato tolto. Solo qualche slavina scendeva dalle pareti delle cime Castrein a sembrare cascate d’acqua anziché resto dell’inverno. Dopo la costruzione dell’ennesimo muretto di protezione, ricordo che ci concedemmo una perlustrazione nei paraggi al sole di primavera, sui prati dove la rada erba verde stava cercando nuovi cieli. Non pensai alla guerra in quell’alternarsi di passi in salita né al motivo per cui ero lì, finché non raggiungemmo assieme a Fritz il posto di guardia alto. Trovammo gli attendenti riversi a terra, come assopiti in un sonno macabro. L’odore che aleggiava era tutt’altro che l’essenza delle erbe alpine, bensì qualcosa di nefasto e invisibile. Erano le granate caricate a fosgene, con cui i maledetti cannoneggiarono la notte precedente il nostro posto di osservazione.  Forse per questo la giornata fu fin troppo silenziosa, pensavano di aver centrato l’obiettivo. E invece le nostre due vedette, fortunatamente, di lì a breve ripresero i sensi, probabilmente più frastornati dallo scoppio vicino che dal gas in sé. Doloranti, ma vivi.

L’inverno tuttavia quell’anno non voleva mollare la presa e dopo i giorni di Pasqua, le bufere di neve e pioggia continuarono a tormentarci. Si viveva come animali nelle baracche grondanti umidità, raggelati fino alle budella, con stufette troppo piccole per garantire caldo sostegno, con pidocchi che ci divoravano rendendo interminabili le ore di inattività. All’aperto la tensione di essere centrati da un cecchino o da un pallettone di Shrapnel era tale che i pidocchi sembravano non esistere più. E spesso, nascosti nei crateri delle bombarde durante gli assalti, non c’erano né sete né fame, né occhi per guardare l’alpe che mi circondava, né pensieri felici lontano da quella guerra. Era guerra. Un avvicendarsi di giornate misere in cui ammazzare quelli che stavano poco oltre l’orizzonte era l’unica premura e preoccupazione.

Ma non tutti la pensavano così. Alcuni scappavano, altri non andavano all’assalto ai fischi dei nostri comandanti. La forca mieteva sempre più vittime.

La notte del 14 giugno le nostre posizioni furono bombardate ferocemente dai calibri pesanti. Non potemmo muoverci dai ripari e per tutta la notte la terra vibrò sotto di noi come un terremoto frenetico. La grandine di proiettili tambureggiò sulle nostre postazioni e centrò in pieno quella del 4° plotone. Una granata italiana caricata ad ecrasite da 280mm distrusse la postazione scagliando quattro camerata a trenta metri di distanza, nel dirupo sottostante. Attendemmo la fine di quel temporale d’acciaio, nell’oscurità della sera scesa, e con il medico volontario Hans Kappel e cinque sanitari andammo in cerca dei dispersi già sapendo quello che ci saremmo trovati innanzi. Lo strazio era ovunque, nessuno proferì parola e l’operazione si svolse nel silenzio più assoluto. Verso le 12.30 rientrammo con i corpi martoriati dei tre soldati; del quarto non trovammo che i resti, il proiettile l’aveva colto in pieno. Nei giorni seguenti le artiglierie continuarono il loro gioco a distanza. La notte si ricostruiva quanto distrutto nelle giornate che continuavano ad alternare sole a bufere di neve fastidiose.

Una situazione stantia e logorante per anima e corpo. Al 22 giugno, Corpus Domini, venni incaricato di comandare una pattuglia composta da 9 fanti e un caporale. Fu la mia prima, vera, azione di guerra al comando dei miei sottoposti. Scendemmo in Val rio del Lago guadagnando il Rio Grenzgraben all’una di notte. L’artiglieria nemica scatenò la sua violenza sulle postazioni di Grantagar e restammo nella terra di nessuno per più di due ore.  Come animali ci fingemmo morti per non essere assaliti dal predatore. I cannoni nemici sparavano alle nostre spalle, quelli amici verso le linee del fronte che erano troppo vicine per non rischiare di essere colpiti a nostra volta. Costretti all’immobilità tra i due fuochi, improvvisamente a poca distanza cominciarono a piovere dal cielo bombe a mano dal canalone del rio dell’Orso. Una pattuglia nemica doveva esser lì ma non ci fu possibile stanarla. Intanto tutto tuonava e tutto cadeva verso valle. Tra le schegge di pietra sollevate dai colpi, tra il chiarore degli incessanti razzi illuminanti, tra i sibili delle pallottole nemiche, ci trovammo nell’inferno più buio. Decisi di rientrare, non potevamo attendere oltre. A perdifiato, senza voltarci, nascondendoci dietro ai macigni a ogni bagliore, ci avvicinammo al punto di partenza. Improvvisamente dalla postazione Ewald un intenso fuoco di mitragliatrice nemica si mise a spazzare con cura tutto il nostro versante. Inchiodati a terra, restammo immobili per almeno un’ora. Eravamo, incredibilmente, tutti incolumi e le poche centinaia di metri che distavano dalle nostre linee le percorremmo a perdifiato con il terrore di essere colpiti. Raggiungemmo l’accampamento alle prime luci dell’alba. Le nostre postazioni ci offrirono uno spettacolo di devastazione totale: ovunque lo sguardo si posava altro non vide che distruzione e macerie. Verso il plotone di sinistra i reticolati pendevano dai ricoveri demoliti, mucchi di pietre e tavole in disordine, feriti lamentosi, sangue, puzza di urina e di morte. Piansi, per la prima volta dall’arruolamento. Mi misi in un angolo guardando il cielo che rischiarava e piansi senza un lamento.

Ci vollero giorni interi perché la truppa superasse i fatti di quella notte. La montagna aiutava in questo.  Passai lunghe ore a girovagare nelle radure del nostro settore, nascosto alla vista del nemico da pareti e dossi di pietra. Pensavo ad altro, pensieri lieti lontani da quella guerra di odio.

Dalla mia posizione l’altopiano del Canin era il tavolo imbandito di neve di un Re. Cergnala e Cima Confine meridiane scure sopra al candore di neve che ancora resisteva. Non avevo mai visto così tanta neve, sul Canin e il suo ghiacciaio stavano gli italiani.

A volte passavano in cielo goffi aeroplani del nemico, i caproni. Sembravano spesso sul punto di cadere per la loro lentezza ma nemmeno le nostre pallottole gli fecero perdere quota.

A luglio un grosso attacco di bersaglieri si arenò nella terra di nessuno. Partiti con la protezione della nebbia e preparato con almeno 500 granate a schrapnel, venne bloccato dalle nostre mitraglie e dalle bombe a mano. Tre compagnie furono distrutte, mandate all’attacco sul terreno scoperto della montagna dove il nostro tiro fu facile e incessante. La dama nera reclamava anime e falcidiò quei pendii di spiriti giovani. Gli italiani recuperarono i loro morti all’indomani per bruciarli nell’edificio della dogana, nella valle del Rio del Lago. L’odore acre dell’incendio giunse fino alle nostre linee, una puzza pestilenziale come mai sentita prima. Non poteva durare in eterno, ancora.

In agosto il morale del nemico invasore era alto. Dal costone di Cregnedul provenivano canti sguaiati, urlavano “viva Gorizia italiana, l’Austria è perduta” e nella mia madre lingua “morti di fame”. A metà agosto, finalmente, venni trasferito al battaglione Landsturm n°41 nel settore Fella. Fu con gioia che salutai i miei compagni rimasti in Grantagar, mi trasferivano altrove, forse dove l’urlo costante della guerra faceva meno paura.

Sotto ad una pioggia battente scendemmo la valle di Raibl raggiungendo Tarvisio solo a tarda sera. Dormimmo sugli stessi tavolacci di qualche mese prima, stavolta inzuppati fino al midollo e molto più stanchi psicologicamente. Non poteva durare in eterno, mi ripetevo, la guerra non poteva essere la soluzione.    

(immagine tratta dal web)

Il 19 agosto raggiungemmo il comando della 59° brigata di montagna di stanza nel settore dell’Alta Saisera. Venni assegnato alla seconda compagnia del comandante Tenente Adolf Kohn. Ore di marcia ininterrotte ci portarono all’ingresso della valle, proprio qui vicino. Il settore coperto dalla compagnia andava dallo Schwarzenberg al Gran Nabois, dorsali idilliache di cime radiose che conobbi in una giornata luminosa dove il sole alto in cielo sfiorava la punta dello Jof Fuart. Le stentate baracche di Cregnedul erano già un ricordo lontano e la mia anima tirò un sospiro di sollievo davanti a cotanta meraviglia.

Gli ufficiali ci accolsero amichevolmente, anche i piccoli gesti in genere hanno il potere di scaldare il cuore. Fu una giornata di avvicendamento ai commilitoni che in Saisera stazionavano da mesi, una giornata di riposo per noi nuovi arrivati. Ebbi così la possibilità di esplorare in tranquillità parte della valle, di rigenerarmi nei suoi silenzi, le prime linee erano lontane e non pareva nemmeno di essere in guerra. Perché lì, sul greto sassoso del torrente Saisera, solo a volte giungeva qualche boato lontano di granate esplose.

Nel pomeriggio percorsi in salita un vecchio sentiero di caccia, mi dissero che fu scelto dal Re di Sassonia proprio su quella montagna dal nome scuro perché lì, tra rocce e precipizi, si nascondevano i camosci più grossi delle Alpi Giulie intere. Ed era veramente così, ne incrociai tre in quel pomeriggio di caldo e solitudine, al di sotto di una delle tante pareti verticali di questa dorsale arrotondata. Corsero via fuggitivi, se avessi avuto il fucile sai che bistecche per tutta la compagnia! Perché era belli vederli al pascolo, ma ancor meglio averceli nello stomaco… La Saisera mi apparì come un mondo di montagna e valle assieme. A sinistra i boschi di abeti e faggio dominavano montagne docili, al di sotto della punta del monte santo di Lussari, già annerito dai colpi d’artiglieria nemica. Più sotto il nostro fortino di sbarramento e le seconde linee affacciate sul greto del torrente. Visti dalla mulattiera dello Schwarzenberg i reticolati parevano confini insuperabili, eretti in tre fila parallele, da una parte all’altra della valle. Più su, oltre la sella di Prasnig, le montagne prendevano forza e si arrabbiavano, spinte verso il cielo dalle mani di un gigante invisibile. Su su, sempre più diritte e verticali, e poi le punte affusolate a grattare nuvole grigie di vapori. Le pareti si fanno altissime e severe, macchiate di bianco dai perenni nevai, con guglie che sfidano continuamente le leggi della gravità.  Al mio arrivo in valle conobbi anche un tale Julius Kugy, consigliere alpino, chiamato l’alpinista perché pare avesse salito un po’ tutte quelle muraglie. Ero estasiato da quei monti e appena potevo lasciavo l’accampamento di Valbruna per lunghe passeggiate sui versanti settentrionali dello Schwarzenberg o dove gli osservatori italiani non potevano vedere i miei movimenti. La Saisera era contesa come le altre terre di confine. A sinistra stavamo noi, appollaiati sulle rocce delle cime e nelle selle alte, come alla forcella del Nabois o in quel nido d’aquila del rifugio Scotti alle pendici dello Jof Fuart. Disseminati ovunque gli osservatori protetti, al riparo dalle artiglierie italiane, chiamavano “piccoli posti” spesso null’altro che giacigli a terra mascherati con dei rami di pino mugo e alcune pietre. I prescelti ci passavano interi turni di guardia nella scomodità di quella posizione – “guai a muoversi, il nemico ti vede!” – ci dissero. Tuttavia immersi anche nel ventre più profondo di una natura selvaggia che non conobbi mai più altrove.

Uno dei miei primi turni di guardia fu sul poggiolo naturale che guardava la linea degli italiani tra Jof di Miezegnot e Sompdogna. Quella notte raggiunsi la sella di Nabois e da lì, grazie all’oscurità di ore senza luna, mi calai per canali e cenge detritiche fino alla terrazza nei pressi del nevaio Studence. Circondato dal silenzio della montagna il mio udito si rinfrancò dopo mesi di battaglie a Grantagar. Era un silenzio assoluto, come il canto dei monti che ammalianti cullavano la mia permanenza in quota. Sentivo sopra di me incombere la mole enorme dello Jof Fuart e un brivido leggero, proveniente dalla vicina neve, pervadeva la silente atmosfera. Assieme a Fritz attendemmo l’alba che giunse da est, i colori diafani presero i toni caldi del fuoco sulle pareti del Montasio.  Alla luce del giorno quel piccolo grande mondo che avevo ai miei piedi si delineò per ciò che era estraniandomi da quella guerra di dolore e morte. A breve distanza dal nostro giaciglio i rami di un grosso larice incorniciavano perfettamente quell’armonia di cime, a volte tozze e a volte slanciate. Una dorsale scritta in basso nel cielo dove gli alpini italiani spuntavano raramente dai loro baraccamenti sul filo di cresta. La prima linea si mostrava dinnanzi a noi, stranamente silente. Forse tutti, anche il nemico, serbavano in cuor loro la speranza che tutto finisse presto. Nella mia compagnia pochi ne parlavano ma si capiva che le giornate passavano invano senza grosse modifiche da una o dall’altra parte. Solo il numero dei morti saliva in continuazione, dalla Strechizza e dallo Schwarzenberg le teleferiche portavano a valle i corpi di decine di compagni morti in battaglia nella zona del Kleine Mittagskofel.

A sera tornammo a valle ripercorrendo il tracciato lungo Sella Nabois. All’accampamento di Valbruna il reparto era in fermento, dissero che gli alpini stavano organizzando un grosso attacco dallo Jof di Miezegnot e dal costone Peceit verso le nostre linee, già molto impegnate da qualche giorno nella difesa di quel picco di roccia e mughi lassù in alto. Dissero di tenerci pronti, che sarebbero serviti rinforzi. Intanto, dalle cime, le teleferiche vomitavano corpi come i canaloni le valanghe dell’inverno. Stetti malissimo in quelle ore di allerta, la calma dei “piccoli posti” conquistata con lunghi avvicinamenti a piedi e la parca attività di battaglia avevano messo una toppa al mio animo ferito ma la notizia di stare pronti per andare nuovamente alla guerra mi atterrì definitivamente. Avevo il terrore di tornare in prima linea a respirare ancora l’odore di morte del Rio Torto. Ricordo che vomitai per un giorno intero senza farmi vedere dal comandante. Lo stomaco serrato non lasciò passare nulla del rancio di quei giorni e anche bere diventò complicato. Anche Fritz condivideva con me le ansie e le paure del fronte, chi aveva vissuto le lunghe ore di trincea non poteva che essere compagno nella paura.

Gli scontri in alto andavano acuendosi. I rombi dei proiettili, da lontani e sparuti, si fecero più vicini e incalzanti. Gli italiani battevano la zona della Strechizza in cerca di noi altri e delle nostre salmerie. Il fuoco di artiglieria nemico arrivò fin sulle posizioni del Nebria dove caddero granate incendiarie che appiccarono il fuoco con precisione chirurgica alle baracche dellacima.

I giorni passavano interminabili conditi di angoscia latente, solo le mie fughe nella natura parevano in parte calmarmi. La potenza taumaturgica della natura. Si viveva di attimi in attesa di un ordine definitivo che non arrivava. Le difese in Schwarzenberg reggevano.

A ottobre arrivò la mia prima licenza di 14 giorni, una fuga dal fronte per tornare alle mie radici, a casa, ai miei affetti. Quanto distava il mio mondo da quello della guerra. Con gran fortuna in quei giorni rientrò a casa anche mio padre, occupato nella stessa guerra ma sul fronte del Sud Tirolo. Le giornate sui prati di Klagenfurt passarono tuttavia troppo veloci per rincuorare il fisico stanco e scacciare gli incubi notturni che, puntuali, riempivano le ore del dormiveglia. A vederci così magri mia madre non fece altro che piangere e cucinare ininterrottamente per 2 settimane. Perché la guerra vera è combattuta anche nelle case lontane dal fronte, dai vecchi e dai bambini, dalle madri e dalle mogli che – da un giorno all’altro – si trovarono senza la colonna della vita familiare, con la sicurezza di veder partire i propri uomini ma l’incertezza di vederli tornare.

Novembre in Val Saisera è la prima neve. Scese bassa e sottile, fredda e secca, a ricoprire le nostre mulattiere e i crateri delle granate. Con la neve sembrava tutto fermo, tutto candido e silenzioso, perché quando fiocca dal cielo la natura vuole il silenzio. Il 18 una forte bufera di neve investì la postazione dove prestavo il mio turno di guardia, nei pressi della quota 1505. In una notte dal cielo cadde più di un metro di neve che coprì tutto, anche la porta della mia postazione. Per evadere da quella grotta umida allo scoperto e non restare bloccati fummo costretti ad uscire strisciando dalla finestrella di tiro per liberare l’ingresso dal di fuori. Il piccolo fuoco della stufa era pura coreografia, il freddo era arrivato prepotente e sarebbero passati mesi prima di rivedere l’erba verde della primavera e gli ellebori bianchi dei boschi spuntare a meridione. L’aumento del manto nevoso provocò le prime grosse valanghe. Su al Kleine Mittagskofel, i miei compagni cercavano invano una convivenza con gli elementi ma quella cima solitaria e appuntita, puntualmente, chiedeva un dazio altissimo ai soldati.

In tutto ciò, il 23 novembre, fummo convocati con gli altri comandanti di plotone al comando di compagnia in Saisera per il giuramento al nuovo sovrano, imperatore Carlo I succeduto a Francesco Giuseppe. Raggiungere l’accampamento fu un’impresa degna di nota, la quantità di neve era tale da rendere impossibile la movimentazione. Mulattiere e sentieri di collegamento furono completamente seppellite dal bianco elemento e raggiungemmo il distretto appena in tempo per la lettura del nuovo giuramento. Ricordo ancora le parole che ci vennero lette…

Soldati! Il nostro amatissimo Monarca Francesco Giuseppe Primo, Imperatore e Re, che nel 1914 ci chiamò alle armi e alle bandiere, non è più! Non Gli fu concesso di vedere la fine vittoriosa della gigantesca lotta in cui finora i Suoi eserciti, fedeli al giuramento a Lui prestato, hanno saputo combattere e vincere su quasi tutti i confini della Monarchia ed anche al di là di essi. Il giovane erede al trono, che molti di voi hanno già visto sul campo, è ora il nuovo sovrano dell’Impero, Carlo I, Imperatore e Re. Vogliamo ora giurare a Lui che continueremo a combattere senza tregua con lo stesso valore e la stessa volontà di vittoria, fin quando lo strapotere nemico sarà spezzato e una pace gloriosa ci ricompenserà. Presti il nostro popolo in guerra a Carlo, per la grazia di Dio Imperatore d’Austria, Re apostolico di Ungheria, Re di Boemia, Dalmazia, Croazia, Schiavonia, Galizia, Lodomiria e Illiria, Arciduca d’Austria, Granduca di Cracovia, Duca di Lorena, Salisburgo, Stiria, Carinzia, Carniola, Bucovina, Alta e Bassa Austria, Gran Principe della Transilvania, Margravio di Moravia, Conte principesco di Absburgo, del Tirolo eccetera il seguente giuramento: “Giuriamo solennemente a Dio Onnipotente di serbarci fedeli e obbedienti a Sua Maestà apostolica, augusto Sovrano e Signore di tutti noi, Carlo, per la grazia di Dio Imperatore d’Austria, Re di Boemia eccetera e Re apostolico di Ungheria, e così pure di obbedire sempre agli eccellentissimi generali e a tutti i nostri comandanti e superiori, di onorarli e difenderli, di eseguire ogni loro ordine e comando, di combattere virilmente e con coraggio contro ogni nemico, quale che sia e dovunque il volere della Sua Imperiale e Regia Maestà lo richieda, per terra, per mare e per aria, di giorno e di notte, in battaglie e assalti e combattimenti di ogni genere, in ogni luogo, in ogni momento e in ogni circostanza, di non abbandonare mai le nostre truppe, le armi, le bandiere e gli stendardi, di non addivenire mai ad alcun accordo col nemico e di comportarci sempre come si addice agli usi di guerra, vivendo e morendo in questo modo. Così Iddio ci aiuti. Amen.” 

Non guardai in faccia nessuno, me ne andai da quel covo di esaltati senza proferire parola. C’era da tornar su, sfidando valanghe e bufera, a riguadagnare quella maledetta postazione che gli italiani tenevano sotto tiro da ormai 4 mesi.

Dicembre. Nevicava che il sole era solo un lontano ricordo. Facemmo la spola tra la nostra postazione e quella di quota 1505, più per mantenere percorribile la traccia che per vera necessità. La neve scese copiosa, a terra ricordo oltre 2 metri ma nella notte del 9 dicembre, con un gelo tremendo che mordeva dalle mani alle natiche, la luna uscì in cielo ad annunciare un periodo di bel tempo e gran freddo.

La notte del 10 fui di turno ai piccoli posti dello Schwarzenberg. I mesi trascorsi nell’ immobilità del fronte fecero propendere per turni solitari di vedetta, l’idea sembrò funzionare. Uno solo si sacrificava svolgendo i compiti inizialmente assegnati a tre soldati, ma lassù ogni presidio viveva in un’anarchia del tutto sua, e quello era il mio posto di vedetta con i miei compagni Frizt e Freundl e il tenente Menschik. Decidemmo di comune accordo che, in caso di pericolo, un fischio avrebbe svegliato i compagni che sarebbero accorsi in aiuto. Varie notti passarono nel gelo di dicembre senza che le tenebre oscurassero mai del tutto quel bagliore sopito che la neve emanava nottetempo dalle pareti del Montasio.

Nell’atmosfera silenziosa della Saisera la notte santa ci vide tutti assieme accendere il piccolo albero presso il comando di compagnia. Il tenente tenne il discorso natalizio e giocammo ai tarocchi fino alle 4 di mattina. Uscito dal comando tornai ai piccoli posti per il mio turno di guardia fino all’alba del giorno di Natale. Il mio primo in guerra, sperai anche l’ultimo.

La tensione continua di quell’attacco da mesi annunciato, ci aveva resi delle larve umane. Non era vita quella, non era difendere il proprio paese. Era morire dentro, ogni giorno un po’ di più. Il 30 gennaio il tenente Meschnik lasciò il fronte per problemi psichici, uno delle tante vittime per cui la guerra rappresentò una malattia che s’intrufola nelle budella e non ti abbandona per il resto della vita.

A febbraio, mi pare il 22, il nemico ruppe la monotonia di quelle notti bianche. Dallo Jof di Sompdogna e dal Plania i bersaglieri attaccarono le nostre postazioni del Kleine Mittagskofel. Mandarono anche noi a rinforzo assieme agli uomini della compagnia di alta montagna che salì dal fondovalle attraverso la Strechizza. Arrivammo nottetempo sulla dorsale acuminata risalendo fra schegge, cadute di sassi e un fuoco di artiglieria che si era fatto martellante. Tutt’intorno a noi si udivano scoppi e sibili e si vedevano tanti luccichii come se tutti i diavoli dell’inferno si fossero scatenati per prenderci con le loro grinfie. Incominciò ad albeggiare ed il sole rischiarò come sempre, nella sua stonatura, quel piccolo mondo dannato. Dalle postazioni di cresta non si avevano notizie, non si sentiva nulla, le linee telefoniche erano interrotte e ripararle sarebbe stata una follia. Verso le quattro e mezza del pomeriggio il fuoco diminuì di intensità mentre divenne più impetuoso quello oltre la cresta. La compagnia che fronteggiava gli italiani ricevette l’ordine di ritirarsi, assieme a tutti quelli assiepati sulle pendici del Kleine Mittagskofel. Dovevamo scappare, gli italiani scendevano dalle cime come indemoniati, urlavano, scivolavano e subito si rialzavano. Dopo poco altre fucilate ci avvertirono che stavano arrivando anche alle nostre calcagna, nonostante la nostra ritirata verso lo Schwarzenberg fosse una vera e propria fuga. Avevamo appena ripreso fiato da quella discesa infernale che tornammo subito alle posizioni aspettando il nuovo attacco. Arrivarono prima le granate, parecchie, colpirono la postazione centrandola ma noi eravamo fortunatamente a qualche metro di distanza. Poi via! Ci dissero nuovamente di partire, ma stavolta gli italiani erano lì ad un passo ad attenderci. In una confusione infernale grazie alla nebbia scesa fitta, i cecchini non riuscirono a colpirci e gli fummo addosso in numero superiore al primo assalto. Quello che mi si parò davanti non ebbe il tempo di caricare che io e un altro gli saltammo sopra. A me sfuggì, scivolandomi di lato dalle mani insanguinate che ancora non avevo potuto lavare, e prese a mordere Fritz in faccia perché, le mani, erano bloccate dalla presa dell’amico. Io, nella neve alta fin sopra il ginocchio, annaspai e scivolai parecchio prima di raggiungerli. Quando lo raggiunsi non riuscii a prenderlo bene perché continuavamo a scivolare verso il basso per il terreno ghiacciato. Temevo che qualcuno arrivasse all’improvviso da dietro infilzandomi con la baionetta. Avevo perso la lama e la vanga ma presi una picca di legno e gliela piantai in gola dal lato posteriore, al di sotto dell’elmo, in un attimo di cieca furia conservatrice. Il sangue schizzò come un fiume ma la picca si ruppe immediatamente e divenne inservibile. Il mio amico urlava di dolore per i morsi alla faccia inferti. Ruzzolai intorno per trovare qualcosa per finire l’italiano ma si parò davanti una sola pietra scalzata da una granata e presi a colpirlo ai fianchi senza che lui avesse la forza di reagire avendo entrambe le mani al collo tentando di fermare il sangue. Continuai a picchiare con tutte le forze che mi rimanevano in corpo, anche su quella faccia che rappresentava il condensato grottesco degli ultimi mesi della mia vita. Una esistenza ridotta a miseria senza più ideali o ardori in cui credere. Ero diventato un animale.

Infine morì.

Mi girai velocemente e vidi altre zuffe in cui mi ci buttai in aiuto dei camerata. C’erano teste rotte e sangue da tutte le parti ma trovai dei nostri che si stavano picchiando con il nemico, troppo poca la distanza per usare i fucili. Saltai sul dorso di un bersagliere, a mani nude perché avevo perso le armi nella neve, facendolo ruzzolare di lato. Poi arrivò Fritz in mio aiuto. Tenni l’italiano al collo per strozzarlo e mentre lui si difendeva notai che stava cercando una baionetta che aveva visto buttata a terra lì vicino. Il mio amico riuscì a venirgli addosso per tempo, anche se scivolava parecchio, prese un fucile dei loro che era lì e con il calcio gli fracassò le dita che ancora sento il rumore e, mentre urlava di dolore, cominciò a dargli con gli scarponi in faccia e alla testa, finendolo con il fucile quando ormai non si muoveva più. Quando mi levai, gli sparò diritto in fronte.

Ad un tratto un nemico mi saltò addosso alle spalle e scivolammo lungo una scarpata innevata, in un rotolamento che sembrava senza fine. Persi i sensi e solo qualche mugo che spuntava dalla neve evitò di farmi cadere nei salti del canale rivolto verso la Saisera Hutte. Al mio risveglio, dolorante, qualcuno mi parlava in un tedesco spigoloso ma comprensibile. Non era dei nostri e appena la vista si fece meno sfocata capii che era un alpino italiano che, piangendo, mi stava liberando dalla neve che mi sotterrava quasi completamente. Stetti immobile per un tempo che neanche io so definire, avevo paura di morire, ero alla mercè del nemico. Ma quell’uomo non aveva ira negli occhi né la voglia di sangue che ti inebria la testa durante gli assalti. Quell’uomo stava salvando un suo simile dalla neve, simile ma diverso perché dalla divisa di un altro colore. Ricordo ancora le parole che mi disse ” Wir sind alle bruder, kein krieg meh, ich kann die toten nicht mehr sehen” (siamo tutti fratelli, basta guerra, io non posso più vedere morti).

Eravamo soli, sotto alle prime linee, in un angolo di solitudine fuori da un mondo che si stava massacrando. Anche io non ne potevo più di sangue, di urla, di fame, di freddo, di morte. L’alpino mi aveva appena salvato la vita. Un sorriso tirato mi spuntò dal cuore ancor prima che sulla bocca, c’era ancora qualcuno in quella marmaglia di uomini sporchi sulle vette che conservava il germe buono dell’umanità su quelle montagne. Dal taschino della divisa estrassi il pacchetto di tabacco, rollai una sigaretta e la offri al mio nuovo amico-nemico che stava in silenzio contemplando la parete del Montasio che appariva tra i banchi di nebbia. Sopra di noi le lotte continuavano ma il nostro piccolo rifugio alpino ci dava protezione dalla vista degli schieramenti e nessuno sarebbe venuto a cercarci lì.

-“Danke kriegsbruder, wie heist du?”- (grazie fratello di guerra, come ti chiami).

Mi chiamo Carlo.

Carlo, un alpino senza odio, un alpino che salva il nemico anziché massacrarlo.

Fumammo assieme la sigaretta e la mia testa era vuota dai pensieri pesanti che la occupavano fin dalla partenza da Knittelfeld, avevo bisogno di calore, di qualcosa che mi desse la forza per andare avanti e quel gesto d’amore verso il prossimo mi fece dimenticare i lunghi mesi di guerra e di sofferenze. Qualcosa in cui sperare.

Passammo la giornata raccontandoci delle nostre vite, fu come essere amici da sempre. Carlo, con il suo tedesco, riusciva a farsi capire benissimo. Lo parlava perché da civile intratteneva i rapporti commerciali con le segherie di Villacco, lui che di mestiere faceva il falegname.

All’imbrunire una granata scoppio nelle nostre vicinanze. Il frastuono e la polvere per un attimo annebbiarono completamente i miei sensi, mentre il fragore rimbombava all’infinito nel mio cervello. Dispersa la polvere e la neve, la scena che vidi mi rabbrividì come non mai. Carlo era stato lanciato letteralmente a una decina di metri più in là, dove alcune rocce ne sorreggevano il corpo martoriato ed annerito dallo scoppio, svestito completamente dall’uniforme di cui restavano pochi brandelli. L’unico, vero, amico di guerra non c’era più. Dilaniato nello stesso giorno in cui quel conflitto mi aveva regalato la sua amicizia, un legame nato dall’avermi salvato la vita. Con un urlo cercai di ricacciare il dolore lancinante che mi colse al basso ventre, stavo per impazzire e valutai la possibilità di gettarmi nel vuoto poco vicino. Ma poi qualcosa mi fermò, forse il ricordo di mia madre o dei prati fioriti di primavera, forse i profumi degli abeti nelle lunghe camminate in Saisera d’autunno, forse la neve scintillante della cima delle Rondini. O forse la stessa memoria di Carlo che con il suo gesto mi insegnava che c’è sempre una fiammella di speranza per cambiare le cose.

Non avrei abbandonato mai Carlo alla montagna, l’amico meritava una degna sepoltura. Ma come potevo fare? I miei compagni mi avrebbero preso per matto di sicuro se avessi trascinato il corpo dell’alpino oltre le nostre linee per la tumulazione in quelle ore di bombardamento. Nessuno sarebbe sceso a prenderlo, né i suoi compagni, né tantomeno i miei che sotto alle bombe nemiche non avrebbero rischiato per garantire giusta sepoltura a uno di loro. Allora mi svestì della giacca e la misi sopra ai brandelli rimasti della giubba da alpino del mio amico riverso a terra. L’esplosione era stata talmente violenta da aver reso irriconoscibili i lineamenti del volto o qualsivoglia particolare che denotasse l’appartenenza all’esercito italiano. Salii fino alle nostre difese dove, al mio arrivo, ci furono urla di giubilo perché dato oramai per disperso in battaglia. Vedendomi senza giubba mi chiesero cosa mi fosse successo e raccontai della valanga che mi aveva travolto e svestito, rotolando per centinaia di metri verso il basso. Poi aggiunsi che la salma di un nostro commilitone attendeva di essere recuperata più giù, dove le bombarde italiane avevano battuto il terreno. Mi vestirono con una giubba larghissima, recuperata ad un fratello “andato avanti”, come molti altri in quel giorno triste, li stavano ammassando alla partenza della teleferica per Strechizza. Andavano al cimitero della Saisera, l’ultimo viaggio su queste montagne di rocce e guerra.

Scendemmo in cinque, comandati dal sottotenente Hupka. Erano le ore in cui entrambi gli schieramenti recuperavano i loro caduti, piangevano i loro morti e le bocche da fuoco tacevano nel rispetto di chi aveva appena speso la propria vita per la patria. Issammo Carlo sulla barella, nessuno si premurò nel riconoscimento del feretro, abituati a vedere centinaia di lenzuola bianche prendere la via della valle in quei tempi di morte. Mi assicurai che Carlo fosse seguito dal Capitano Binder e che mi indicasse al mio arrivo in valle in quale fossa sarebbe stato messo a riposare il compagno senza nome.

La mia compagnia venne quindi mandata in riposo a Valbruna e subito arrivò una licenza di 14 giorni concessa per gli sforzi bellici sostenuti.

Il rientro al fronte, l’attacco nel novembre del 1917 e la lunga cavalcata all’inseguimento dell’esercito italiano fino sul Piave.

E poi la disfatta. La marcia a ritroso, la fame.


Sono vicende che non posso cancellare dalla mia memoria, la segnano nel fondo come i torrenti di montagna scavano i versanti. Ma, in seguito a quel giorno sullo Schwarzenberg, ho sempre creduto che l’umanità potesse farcela, che fosse solo un lungo incubo quella weltkrieg (guerra mondiale). Ed è stato grazie a te Carlo e a quella sigaretta fumata assieme nel nostro piccolo rifugio di montagna.

La guerra mi ha tolto tanto, tutto in quegli anni, ma mi ha regalato questa nostra amicizia che ho coltivato nei miei pensieri nelle lunghe giornate in cui tornai al fronte in Saisera. Durata troppo poco in verità, ma sufficiente a scaldare il cuore in quei tempi freddi dove la ragione degli uomini pareva spenta per sempre.

Le montagne, queste terre, sono ogni anno più belle al mio ritorno.

Fumo una sigaretta in tuo onore. Il tabacco scarto ancora lo trovo nei peggiori negozi di Klagenfurt. Ma l’aroma è speciale nei miei ricordi. E un profumo dalla memoria non si può cancellare, come la visione delle lacrime di un amico appena ti ha salvato la vita.

Uberkannter soldat, Carlo. Sei sconosciuto per tutti gli altri, non certo per me.

Riposa in pace. Alla prossima Pasqua sarò ancora qui a tenerti compagnia.

2 pensieri su “UNBEKANNTER SOLDAT – milite ignoto

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