Il ritmo non lo detta mai la guida, ma il respiro di chi fatica di più, la persona che si trova in fondo alla fila. L’arte invisibile di accompagnare in montagna

Articolo scritto per L’altramontagna –

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Ci sono montagne che si ricordano per l’ardore del panorama e altre che restano impresse per le anime incontrate lungo il cammino. È questa, senza dubbio, la sfumatura più preziosa del mio mestiere: guardare le vette attraverso gli occhi di chi accompagno, scoprendole ogni volta come fosse la prima. Quando ci si muove in un ambiente verticale, la geografia dei luoghi si intreccia inevitabilmente con quella interiore delle persone. Ogni cresta, ogni vallata o cambio di pendenza non è mai soltanto un dato altimetrico, ma si trasforma in uno specchio emotivo per chi lo attraversa.

Dopo molti anni trascorsi a guidare gruppi tra il sussurro dei boschi, ho capito che l’escursione è quasi sempre un magnifico pretesto. Una promessa che attira lo sguardo verso l’alto. Le persone partono con un obiettivo concreto: vedere una cima iconica, raggiungere uno specchio d’acqua inaccessibile o assistere a una fioritura d’alta quota. Si muovono spinte da un desiderio estetico o sportivo, e finiscono per trovare qualcosa che non avevano previsto: una storia, una nuova consapevolezza, un’amicizia inaspettata o un’inedita chiave di lettura su sé stesse. La fatica del cammino agisce come un setaccio, trattenendo solo ciò che conta davvero.

Per inaugurare questa collaborazione con L’Altramontagna, vorrei partire da una figura spesso poco conosciuta dal grande pubblico, persino da chi frequenta regolarmente le alte quote: l’Accompagnatore di Media Montagna (Amm). Si tratta di una professione ordinistica che negli ultimi anni ha ottenuto un crescente riconoscimento legislativo, ma che continua a essere identificata in modo piuttosto sfocato. Per qualcuno siamo semplicemente coloro che conducono le persone lungo un sentiero tracciato, fermandosi dove il terreno si fa più impervio. Siamo confinati, da un’errata interpretazione semantica, a quella “mezza montagna” che in realtà racchiude i tre quarti della biodiversità alpina. Per altri siamo gli specialisti del passo svelto: figure atletiche, forti di gambe e di fiato, ma distanti da tutto ciò che esula dalla performance pura. La realtà è decisamente più complessa.

Accompagnare non significa soltanto indicare una direzione su un bivio o seguire una traccia GPS. Significa assumersi una responsabilità totale nei confronti dell’altro, trasformando la tecnica in un atto di cura. Quando un gruppo si ritrova al punto di partenza e stringe i lacci degli scarponi, il mio lavoro è iniziato già da molti giorni. È una preparazione invisibile che si consuma nello studio cartografico dell’itinerario, nella valutazione delle condizioni meteorologiche, nella scelta del percorso più adatto a valorizzare le capacità e accarezzare le fragilità di ognuno. La sicurezza non è un elemento accessorio o un modulo da spuntare prima dell’escursione, ma ne rappresenta l’ossatura invisibile, la condizione essenziale senza la quale non può esistere alcuna forma di bellezza o di contemplazione.

Chi cammina con me percepisce solo la superficie di questo sforzo. Vede una fila che si muove a un determinato ritmo, l’invito a una sosta programmata, uno sguardo apparentemente casuale all’orologio o un cambio di rotta improvviso. Dietro quei gesti semplici si nasconde un ascolto continuo del visibile e dell’invisibile, un monitoraggio costante dell’ambiente e del gruppo. Un temporale che si accende dietro una cresta, un tratto di sentiero reso scivoloso dalla pioggia notturna, la stanchezza silenziosa di un partecipante o un piccolo imprevisto richiedono esperienza, empatia e una rapidità decisionale che non ammette esitazioni. La montagna insegna presto la sua lezione più dolce e severa: il successo di una giornata non coincide con la violazione della meta, ma con la capacità di saper tornare indietro in sicurezza. È una filosofia rigorosa, che sfida la cultura della performance a tutti i costi, oggi diffusa anche nel mondo outdoor, per rivendicare il diritto alla lentezza e alla cura del collettivo.

In questo senso, esiste un equivoco frequente: l’idea che il nostro sia un ruolo prevalentemente sportivo, basato sulla velocità di salita e sul superamento dei record personali. Ma se chiudo gli occhi e ripenso alle centinaia di giornate vissute lassù, tra i ghiaioni e le praterie, non ricordo una sola volta in cui abbia corso per il solo gusto di farlo o per esibire una prestazione. Chi accompagna per professione sa che il ritmo non lo detta mai la guida, ma il respiro di chi fatica di più, la persona che si trova in fondo alla fila. Accompagnare significa saper rallentare il proprio battito, aspettare i tempi dell’altro, proteggere le retrovie. Significa spogliarsi del proprio io agonistico per dare vita a un “noi” solido e solidale.

Eppure, ci sono state volte in cui ho dovuto correre davvero, spingendo il mio corpo al limite. Come quel giorno in cui ho prestato soccorso a un escursionista ferito appartenente a un altro gruppo, scivolato su un nevaio tardivo. Una volta gestita l’emergenza primaria, stabilizzato l’infortunato e attivati i soccorsi, ho dovuto accelerare il passo per raggiungere i miei clienti che, nel frattempo e secondo le indicazioni, avevano proseguito lungo l’itinerario prestabilito. O come quando ho risalito lo stesso ripido pendio di sfasciumi due o tre volte di seguito per alleggerire lo zaino di chi era giunto allo sfinimento, caricando il suo peso sulle mie spalle fino alla meta. È precisamente in questi frangenti che la tecnica sfuma nell’empatia più pura.

L’allenamento fisico non è una concessione alla vanità, ma rappresenta la riserva d’energia necessaria per farsi scudo e sostegno quando l’imprevisto bussa alla porta. Poi c’è la dimensione più poetica del nostro mestiere: quella educativa. Ogni sentiero non è una striscia di terra inerte, ma attraversa un universo fragile, regolato da equilibri delicatissimi.

Un bosco non è mai solo un insieme di alberi, un pascolo non è solo erba, e una pietraia racconta il dialogo millenario tra le spinte della terra e l’erosione del cielo. L’Amm ha il privilegio e il dovere di trasformare una semplice escursione in un risveglio dei sensi. Non serve salire in cattedra o improvvisare lezioni accademiche; a volte basta fermarsi un istante davanti a un’impronta fresca sulla neve, osservare la straordinaria tenacia di una pianta d’alta quota che spacca la roccia per sopravvivere o raccontare la storia di un borgo di pietra abbandonato.

Questi piccoli gesti bastano a cambiare per sempre il modo in cui una persona guarderà il paesaggio circostante. Non si protegge ciò che non si ama, e non si può amare ciò che non si conosce profondamente.

C’è infine un segreto che noi professionisti custodiamo gelosamente, qualcosa che non troverete mai scritto in nessun mansionario: quando camminano, le persone si aprono. Forse è il ritmo ipnotico e regolare dei passi che agisce sul sistema nervoso, sciogliendo i nodi dell’anima; o forse è la vista dell’orizzonte spalancato che allarga lo spazio emotivo dentro di noi. Fatto sta che lungo il sentiero fioriscono confessioni, racconti e confidenze che giù a valle, nel rumore della quotidianità, rimarrebbero mute.

Nel corso degli anni ho ascoltato nostalgie custodite intimamente per una vita intera, paure legate al futuro, sogni confinati in un cassetto diventato troppo stretto. Ho condiviso dolori improvvisi, addii complessi e scelte esistenziali che attendevano i partecipanti al loro ritorno a casa. Ma ho anche imparato a condividere silenzi bellissimi, di quelli densi, che uniscono le persone molto più delle parole. Una volta una cliente, oggi diventata una cara amica, mi diede un soprannome particolare: mi definì la sua “guida muta”. Lucia aveva capito perfettamente il senso del mio operato. Aveva compreso che lascio volontariamente che ampi spazi di silenzio si frappongano tra me e le persone che accompagno, convinto che solo abbassando il volume della nostra presenza verbale sia possibile ascoltare e apprezzare la vera voce della montagna, il vento tra le rocce, il richiamo della fauna e il suono dei propri passi.

In questo spazio condiviso mi sono riscoperto nel tempo confidente, custode di segreti e, a volte, persino un complice e involontario cupido. Ho visto sguardi d’intesa accendersi all’improvviso tra perfetti sconosciuti, amicizie indissolubili stringersi nello spazio di una salita e storie d’amore iniziare sul sentiero per poi proseguire ben oltre la fine del viaggio. La montagna possiede questa magia intrinseca: spoglia l’essere umano dalle sovrastrutture sociali. Quando si procede allo stesso passo, sotto la luce dello stesso sole o sotto l’insistenza della stessa pioggia, le distanze culturali, economiche e anagrafiche si annullano. Ci si incontra nella propria parte più autentica e priva di maschere.

Non siamo psicologi, sia chiaro, e non abbiamo intenzione di invadere campi che non ci competono. Ma siamo, per inclinazione e per contesto, dei facilitatori di umanità. Creiamo lo spazio adatto, protetto e sacro affinché un gruppo di estranei possa scoprirsi e viversi, anche solo per poche ore, come una piccola comunità di cammino.

Le montagne resteranno lì dove sono ancora per molto tempo, immobili, severe e magnifiche, a dominare l’orizzonte. I sentieri continueranno a seguire il loro corso millenario tra le pieghe dei boschi e delle vallate. Ciò che cambia realmente, ogni singola volta, è l’umanità che sceglie di percorrerli. Come guida, mi sento in una posizione straordinariamente privilegiata: mentre conduco i corpi lungo le linee della mappa geografica, ho l’onore di assistere a piccoli, silenziosi viaggi interiori che si compiono senza alcun clamore. Custodisco la sicurezza fisica del gruppo, ne accendo la curiosità verso l’ambiente e cullo le relazioni che nascono spontaneamente al ritmo naturale del cammino.

Perché in fondo, accompagnare significa proprio questo: non semplicemente coprire la distanza chilometrica tra due punti, ma condividere un pezzo di vita reale. Un impegno preso affinché il successivo ritorno a valle lasci nello zaino di ciascuno qualcosa di molto più profondo e duraturo di una semplice fotografia digitale. Una nuova intimità con la natura circostante e, se siamo abbastanza fortunati, un modo decisamente più dolce e accogliente di guardare a sé stessi.

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