Il sentiero attrezzato del M. Pleros

Prima le cose principali..

INFO UTILI: Il sentiero attrezzato del Monte Pleros (Dolomiti Pesarine – UD) è un percorso realizzato nel 2025 che si sviluppa dalla Sella di Chiampizzulon verso la cime del Monte Pleros, risalendo i versanti prativi meridionali e raggiungendo direttamente la cima del monte a 2314m. Il Monte Pleros fa parte della catena delle Dolomiti Pesarine e la cima svetta tra le vicine creste di Chiampizzuon e la Creta della Fuina.

Il percorso prevede una serie di cavi che facilitano la salita di erti pendii prativi. Alcuni tratti più ripidi, su roccette che in un caso sfiorano il 2°, sono stati attrezzati con zanche per facilitare la progressione che, nel complesso, risulta facile seppur in alcuni tratti faticosa per la ripidità del tracciato. La percorrenza risulta molto suggestiva per i panorami molto estesi sulla Valle Pesarina e le cime carniche.

Non trattandosi di ferrata vera e propria non è possibile indicare i gradi secondo tali parametri; resta quindi un percorso EEA (escursionisti esperti con attrezzatura).

L’attacco avviene nei pressi della forcella di Chiampizzulon dove la traccia per il sent. attrezzato si stacca, verso destra, da quella che porta alle Crete di Chiampizzulon (ad oggi sono presenti numerose indicazioni dal rifugio Chiampizzulon in su).

E’ possibile percorrere un anello transitando per la cima del Pleros e scendendo poi dalla normale (sentiero non CAI). La discesa resta tuttavia costantemente su terreno per escursionisti esperti svolgendosi su pendii erbosi e rocciosi ripidi, un canale molto detritico e con qualche esposizione nella parte bassa dove si transita sopra ad una parete. Questo tratto, per l’uniformità del terreno e la possibilità non remota di scariche di sassi dalla parete della Creta della Fuina, va intrapreso con condizioni meteo stabili. Infine il Pleros va evitato assolutamente in caso di temporali per la costante fulminazione della cima.

La discesa risulta indicata con vecchi bolli gialli, rossi e arancio fluo più recenti; nel primo tratto risultano assenti: mantenere come direttiva la discesa verso l’erbosa forcella del Pleros.

Dal rifugio Chiampizzulon lo sviluppo per l’anello prevede una distanza di circa 7,2 km per un dislivello positivo di circa 1000m.

Tempi di percorrenza indicativi per l’anello (dal rifugio Chiampizzulon): dalle 4.00 alle 7.00h in base al proprio passo e alle condizioni della discesa

Attrezzatura consigliata:

  • Casco
  • Kit da ferrata
  • Guanti per i tratti attrezzati
  • Ramponi e piccozza a inizio stagione in presenza di nevai nel canale di discesa
  • Cartografia aggiornata e GPS

Il versante che non ti aspetti

Questo tratto di pesarine lo vedi da lontano. Le Crete di Chiampizzulon sono quell’antipasto di verticalità che preannunciano un’impennata che si fa sensibile proprio sul Pleros. Continua poi nella rocciosa Creta della Fuina e nel Cimon di Entralais. Il Pleros offre ancora qualche tappeto verde in alto, ma si può immaginare che lassù gli spazi pianeggianti siano ben pochi.

Il Pleros pare voglia restare in disparte all’ombra delle sorelle. Lo corteggiai qualche anno fa, quando assieme ad un amico ci infilammo nel canale che porta a forcella Chiampizzulon, proprio dove ora parte il nuovo percorso. Sbucammo dal canale ghiacciato e con la prima neve, ricordo che messo il naso al sole del versante meridionale, capimmo che non saremmo mai saliti sul Pleros quel giorno. Le condizioni non erano adatte.

C’è da dire che una traccia sul versante meridionale era già presente e, a grandi linee, il nuovo percorso ne ricalca l’andazzo seppur siano state scelte linee più verticali e rocciose.


Per molti escursionisti il Pleros è una presenza familiare, una sagoma che accompagna lo sguardo quando si percorrono le vallate della Carnia occidentale. Lo si osserva da lontano, lo si identifica sulla carta, ma raramente ci si sofferma a immaginare cosa custodiscano i suoi versanti più ripidi e meno accessibili.

Eppure è proprio lì che il Pleros rivela il suo volto più sorprendente.

Il nuovo percorso attrezzato che sale dai Piani di Vas offre infatti una prospettiva completamente diversa sulla montagna. Non è semplicemente una nuova via di accesso alla vetta: è un itinerario che porta a scoprire un ambiente severo e inaspettatamente verticale, dove l’erba e la roccia precipitano verso la Val Pesarina con una forza che lascia spesso senza parole. Nella parte mediana della salita, l’ossatura di roccia della montagna fa capolino sotto alla coltre erbosa. Sembrano le ossa di un vecchio emaciato, ma le forme e le cesellature dei millenni fanno capire che stiamo risalendo un vero e proprio colosso della natura.

Lasciata la forcella Chiampizzulon, fin dai primi metri si comprende che il percorso non cerca la via più facile. La linea di salita affronta direttamente il versante meridionale del monte, sfruttando una successione di cenge (poche), gradoni erbosi e balze rocciose che sono state rese percorribili grazie a numerosi tratti attrezzati.

La progressione è continua e coinvolgente, piuttosto divertente.

Su uno dei tratti attrezzati

Non si tratta della classica ferrata costruita per superare una parete compatta. Qui la montagna conserva il suo carattere originario: grandi pendii inclinati, costoni erbosi che si interrompono bruscamente nel vuoto, rocce affioranti modellate dall’acqua e dal gelo. Le attrezzature accompagnano il cammino nei punti più esposti e consentono di superare passaggi che altrimenti richiederebbero maggiore esperienza alpinistica. In alcuni tratti erbosi non ci sono cavi ma non ne sentiamo la necessità essendo piuttosto facili.

Ciò che mi colpisce maggiormente non è tanto la difficoltà tecnica ma la sensazione di trovarmi sospeso sopra un mondo che precipita verso il fondovalle. Tra i piedi abbiamo le case di Prato Carnico, davanti tutte le malghe che punteggiano gli alpeggi di Sauris.

A ogni guadagno di quota il panorama si apre con crescente imponenza. Le verticalità del versante meridionale del Pleros si manifestano in tutta la loro potenza. Sotto i piedi si susseguono salti erbosi, canaloni, pareti nascoste e boschi che sembrano lontanissimi. Lo sguardo corre verso la Val Pesarina seguendo linee che precipitano per centinaia di metri senza trovare ostacoli. Sono quei luoghi in cui la natura riesce ancora a comunicare una sensazione autentica di grandezza.

Non attraverso la monumentalità delle pareti dolomitiche più famose, ma grazie a una morfologia aspra e selvaggia che sembra sottrarsi a qualsiasi tentativo di addomesticamento.

La salita diventa così un continuo alternarsi di attenzione e contemplazione.

La traccia che si stacca dalla forcella Chiampizzulon

Mi concentro sui passaggi attrezzati, sulla ricerca dell’appoggio migliore, sulla progressione lungo il versante. Poi basta alzare lo sguardo o voltarmi per ritrovarmi immerso in un paesaggio che impone una pausa.

In vetta il panorama ripaga ampiamente la fatica accumulata. Due croci segnano la sommità e il ricordo di chi è andato avanti; il Coglians pare tanto vicino da poterlo toccare..

Ma è proprio dalla cima che inizia la parte dell’itinerario che merita maggiore rispetto e consapevolezza.

Per chi desidera completare l’escursione ad anello, infatti, il rientro lungo il versante occidentale del Pleros rappresenta probabilmente il tratto più impegnativo dell’intera giornata.

I primi metri di discesa si sviluppano su una china ripida composta da erba e roccette, un terreno che richiede attenzione costante soprattutto in presenza di umidità. La pendenza obbliga a valutare con cura ogni passo, mentre il fondo può risultare insidioso se umido.

La situazione si complica un pò raggiungendo il fondo del grande canale detritico che incide il versante. Qui la montagna mostra il proprio volto più severo. Il canale raccoglie materiale proveniente dalle pareti superiori e non è raro osservare segni recenti di scariche di sassi. A stagione avanzata il passaggio è generalmente agevole, ma nei primi mesi estivi possono permanere nevai consistenti che trasformano completamente il carattere della discesa.

In queste condizioni la presenza nello zaino di ramponi e piccozza non dovrebbe essere considerata un eccesso di prudenza, ma una valutazione da compiere attentamente prima della partenza.

Superato il canale, il percorso continua a richiedere concentrazione. Si attraversa infatti una zona delicata che passa sopra le pareti da cui prende origine la spettacolare cascata del Pleros. È uno di quei luoghi in cui la morfologia del terreno ricorda costantemente quanto sia sottile il confine tra il semplice camminare e il muoversi in ambiente alpino. Eppure in questi contesti ghiaiosi, dove tutto il mondo precipita con un semplice colpo di suola, mi trovo a mio agio. Le Pesarine erano casa mia qualche annofa, erano le mie divagazioni serali. In queste ghiaie sfuggevoli lasciavo correre i miei pensieri e scaricavo le mie tensioni. Sono passati anni ma quella lezione l’ho imparata molto bene. E resta in me manifestandosi proprio su questo tipo di terreni. Mi diverto pure a scendere in questi “grebanacci”.

Dopo aver lasciato alle spalle questi tratti più esposti si raggiunge il canale finale, una lunga colata di detriti instabili che permette di perdere rapidamente quota senza grosse difficoltà.

La discesa non è elegante. È fatta di passi cauti, piccoli scivolamenti controllati e continui aggiustamenti dell’equilibrio. Ma è anche la conclusione più coerente possibile per una montagna che non ha mai cercato scorciatoie.

Alla fine il terreno si addolcisce e conduce alla strada di servizio che collega Malga Tuglia a Chiampiut di Sotto, un’infrastruttura che negli ultimi anni ha alimentato numerose discussioni e che qui appare quasi come un ritorno improvviso alla dimensione umana dopo una lunga immersione negli spazi verticali del Pleros. Un astrada che ha devastato l’intera zona. Ci penso nella radura di Chiampiut di Sopra, in un mare di botton d’oro in fiore segati a metà da un inutile nastro di ghiaia.

Resta però la sensazione che accompagna ogni itinerario capace di lasciare un segno. Quella di aver conosciuto una montagna diversa da come la si immaginava. Perché il Pleros, osservato dai fondovalle, appare spesso come una cima erbosa tra le tante. Percorrendone invece il versante meridionale si scopre un ambiente sorprendentemente aspro, scolpito dall’acqua, dal ghiaccio e dalla gravità. Un luogo dove la montagna conserva ancora una dimensione autentica e dove il senso del vuoto, del silenzio e della distanza continua ad avere un significato reale.

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