La cosa trovata

Oggi mi sveglio presto, diciamo 6.15, diciamo che la voglia di andarmene in giro per i monti è tanta e diciamo pure che sarò solo visto che i miei amici, chi per un motivo chi per un altro, han preferito altre mete..
Colazione frugale e veloce, abbigliamento ridotto all’osso confidando nel caldo di fine stagione, e via a caricare il mitico Ranch di scarponi e zaino..
Si parte.. Sì vabbè, ma per dove?? Boh.
Oggi non ho pensato alla strada da prendere, mi affido al mio mezzo, lascio che decida lui; mi conduce a Nord (è già cosa gradita che non mi abbia portato verso il mare) e a Tolmezzo prende verso Paluzza.. A Cedarchis si immette verso la Val D’incarojo e comincio a capire i suoi pensieri, cha alla fine coincidono con i miei, essendone il guidatore.. Decisione presa! Si va in Lanza! La cosa mi galvanizza e metto a manetta il Cd di Val Halen canticchiando allegramente sulla strada per casera Ramaz..
Quando i primi raggi di sole cominciano a lambire lo Zermula mi trovo a parcheggiare nei pressi del rifugio in presenza di poche altre persone..

Verso lo Zermula

Paesaggio stupendamente autunnale..

Larici che vestono abiti che dal verde acido si trasformano in un intenso giallo, con sfumature arancioni.. Erba che può essere verde o giallo spento a seconda della sua collocazione e poi il calcare grigio di queste cime in pieno contrasto con il blu del cielo del giorno che nasce.
Una sensazione strana gira in me.. non capisco il senso di queste mie azioni.. mah!
Calzati gli scarponi intuisco subito che il caldo di fine stagione oggi dev’essere altrove.. Non voglio fermarmi ad indossare caldi indumenti e preferisco il riscaldamento termoautonomo: accelero il passo. Dopo circa 15 min di cammino, mi addentro in una incomprensibile, quanto strana, atmosfera.. Il vento soffia da oltre confine con raffiche veramente gelide; tutt’attorno i banchi di nebbia corrono veloci in direzione dei prati sottostanti portando via il sole, che poco prima mi baciava, e i miei pensieri confusi che ancora ho nella testa.
Intorno tutto è gelo.


Gli steli dell’erba sono ricoperti da buoni 2 cm di galaverna, e più mi addentro in questo freddo tunnel  più il richiamo e l’incomprensione delle mie stesse idee crescono e mi spingono ad avanzare verso questo ignoto.. Ammetto con me stesso che non ho ben presente dove sono finito, anche se il sentiero è ben segnalato e non ci sarebbero problemi a rientrare sui miei passi.
Tuttavia cresce in me un’agitazione incomprensibile, come un presentimento che con il cammino si trasforma in una ricerca di una non ben precisata “cosa”..
Vabbè.
Comincio a credermi matto..
Camminando passo nei pressi del cartello indicante la Grotta di Attila.. “Usti, finalmente vedo dov’è sta famosa grotta di Attila”, ci faccio un giro.

Scatto 2 foto dall’esterno e, ricordando di avere la Tikka con me nello zaino, penso di addentrarmi a vedere com’è la famosa grotta.

L’ingresso della grotta di Attila

L’interno è strettino, il pavimento della stessa è costituito da un ruscello che percola dalla palude esterna e percorre la grotta diretto verso l’interno. Ad una trentina di metri dall’ingresso, tuttavia, l’altezza dell’acqua sul fondo non mi permette di proseguire.. Spengo per un attimo la frontale valutando la possibilità di uscire senza tale mezzo da qua dentro… “mmm insomma..” dai sì, si potrebbe fare, la grotta non ha meandri.

COS’E’!?!?

Silenzio…. il mio cuore batte all’impazzata.
Ho sentito qualcosa dietro al laghetto che mi sbarra la prosecuzione – “ Cacchio!…” Però non è niente di pauroso, non un verso di animale o qualcosa di simile e grottesco.. Piuttosto una specie di suadente risatina sommessa che, manifestandosi, per un attimo ha alleggerito la cappa di oscurità presente in questo meandro…
Comincio a chiedermi se sto impazzendo, o se la marmellata della colazione era avariata.. o se il freddo dell’esterno mi ha preso la testa… mah.
Cmq decido che è il caso di uscire e celermente.
Riprendo il mio cammino arrivando in breve ad una sella di confine con numerosi cartelli indicanti altrettante numerose località raggiungibili con l’auto di S. Francesco. A questo punto non so proprio che pesci pigliare e faccio scegliere ad una conta improvvisata che mi dirige verso la Creta di Aip. Ottimo.
Il sentiero si svolge sempre sulla displuviale di confine; oltrepasso mughete, trincee, sassi delle più svariate forme e colori, in bilico tra l’Austria imbiancata e l’Italia indossante tonalità autunnali.

La nebbia mi accompagna sempre.

A volte tra le folate di vento mi pare di percepire qualcosa di strano, a cui non so dare un significato compiuto, so solo che è una cosa ammaliante, invitante, una cosa verso cui dirigersi.. e io là mi dirigo..
Ora sembra un pezzo di Scozia questa montagna carnica: dalla brughiera alpina emergono enormi dolmen di un calcare molto simile al granito, vecchio, arrotondato e ricoperto di licheni come le tipiche pietre celtiche che si vedono nelle cartoline.

 

Il dissolversi della nebbia e la prorompenza del sole sono talmente istantanei che mi strappano un “oh” dalla bocca.

“Che figure, se mi vede qualcuno pensa male..”

Eh sì! Ora so che sono sotto alle rocce più occidentali della Creta di Aip. La giornata, fuori dalla fredda nebbia, è veramente splendida e al riparo della montagna fa anche piuttosto caldo.


Il sentiero attraversa tutto il versante Sud della Creta, a ridosso delle pareti percorse da numerose vie di arrampicata.. Nei pressi della ferrata delle crete rosse mi fermo a studiarne le salite sportive.
Di nuovo quella cosa! Proviene dalla Sella sovrastante il Bivacco Lomasti..! Mi guardo attorno cercando qualcuno ma non c’è anima viva.. Che faccio?! Vado a vedere cos’è? Tanto è presto. Dai, vado.
Il panorama che si apre sull’Austria è magnifico, il classico mare di nebbia.. Mi stendo a terra al riparo del vento e mi godo questo tepore e quest’ambiente solitario.

Cerco, cerco, cerco ma non trovo.

Allora decido che forse alla sella del M. Cavallo troverò la fonte di queste mie “visioni” e là mi dirigo.. Niente!
Poi la sento di nuovo, sghignazzante, sul sentiero che si arrampica verso la Creta di Rio Secco.. Porcaccio cane, per seguire ‘sta cosa sto facendo i km… Valuto un po’ il da farsi e l’orario.. Ma si, dai, lì dietro non ci son mai stato, facciamoci una capatina.. e su per il sentiero sassoso. Qua però trovo tratti ghiacciati dove gli animaletti del posto son passati in grande quantità.. Il ghiaccio lascia posto alla neve polverosa che ora ricopre gran parte dei pendii..
L’ho individuata, la “cosa” oramai è più nitida e distinguibile. E’ là, è in cima a questa montagnola calcarea.

Decido di arrivare al massimo alla cima di tale rilievo, poi basta però!

Una volta qua c’han fatto la guerra di sicuro. Le opere degli alloggiamenti alpini son ben visibili un po’ ovunque.

Noto che la salita che percorro non è sicuramente delle più frequentate, niente bolli CAI, niente segni di passaggi, solo qualche ometto di pietra qua e là sbuca dalla neve.
Il paesaggio carsico è alienante.

La via in certi tratti oltrepassa dei ponti naturali tra degli inghiottitoi enormi di cui non si intuisce il fondo, tutto è bucato qua in giro, tutto è calcare e neve, erosione e ghiaccio..
L’ultimo tratto della salita si svolge su di uno stentato praticello esposto a S-E e il sole torna a riscaldarmi il viso. La “cosa” è scomparsa, non si sente più; persa. L’ho persa di vista mentre curiosavo in questi inghiottitoi-fortini.. Cacchio, fare tanta strada inseguendola per poi perderla di vista in mezzo a questo casino di pietre frantumate è una presa in giro per me stesso!
Oramai non resta che salire sino alla sommità della Creta di Rio Secco.
Arrivo in cima che quasi non me ne rendo conto, se non per il brusco salto di 1000 m del versante S.
Contento getto a terra lo zaino e mi guardo in giro scattando 2 foto.

Panorama eccezionale a 360°.
Individuo le vie di Ernesto Lomasti, pietre miliari dell’alpinismo friulano, le seguo con lo sguardo e mi immagino impegnato in aerei passaggi di placca sul versante S della Creta di Pricotic.

Mi rilasso nella mia solitudine odierna.
Penso che a volte fa bene fare queste scappatoie interiori lontano da tutto e da tutti.
Mi preparo un ottimo panino con formaggio e salame e mentre lo addento sento un rumore proveniente dal sasso vicino.. Vipere adesso proprio non ce ne dovrebbero essere. Non è proprio un rumore, ma nemmeno un movimento; batto un po’ sul sasso con gli scarponi attendendo un incontro con qualche animaletto del posto. Niente. Allora prendo coraggio e con un vecchio pezzo di larice alzo il sasso scaraventandolo a qualche decina di cm………. E resto a bocca aperta! In quell’istante capisco cos’è che tanto mi ha fatto correre in giro oggi!

La “cosa” da sotto la pietra prende vita e si innalza nel cielo come una grande bolla di sapone.
Ha i colori dell’autunno e del cielo blu di questa cima.. si trasforma cambia continuamente aspetto in variegate forme, estremamente belle e seducenti. Adesso ride ammaliante e sorniona, mi guarda divertita.
Ora profuma di erba secca, poi di pino mugo e di roccia.. e poi ancora di pioggia estiva in un bosco di abeti.. Si allarga a comprendere tutte le cime circostanti e mi mostra le stesse facendomi riconoscere i rilievi saliti e quelli che ancora i miei scarponi non han conosciuto..
Adesso, come in uno schermo, passano immagini di amicizia vera e di ragazzi indissolubilmente legati alla vita su di una via in montagna, poi corde e moschettoni al sole, serpentine perfette su distese di magica polvere bianca..
Poi, librandosi nell’aria verso Studena, tra strane acrobazie mi saluta divertita e si allontana in un lampo, ridendo come sempre, verso il Sernio..

Interdetto ho già capito tutto: primo che ieri sera la sveglia sul mio comodino l’ha programmata la “cosa”, secondo che il Ranch stamattina ha girato verso Paularo seguendo le sue indicazioni e terzo che mi toccherà andare a cercarla dalle parti del Sernio la prossima volta.

Ero lì ad un passo dal prenderla e riuscire a metterla in gabbia nello zaino… Ma forse è meglio lasciarla libera di volare sopra le mie, e sue, cime.
Credo che alcuni la chiamino “libertà”, per altri sono “gli spiriti dell’aria”, altri ancora la definiscono “divertimento allo stato puro” mentre alcuni non sanno neppure definirla.. Io rientro tra questi ultimi.
So solo che è una cosa tanto bella quanto esclusiva e non condivisibile..
Che sappia chiedere scusa ‘sta “cosa” a mia moglie Elisa se così spesso la tradisco con lei??!?

Omarut, 31.10.2009

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