Dalle Alpi alle Canarie

Le coincidenze della vita mi portano a lasciare per qualche tempo la Carnia per approdare, in mezzo all’oceano Atlantico, sull’isola di Tenerife nell’arcipelago vulcanico delle Canarie (territorio Spagnolo). La mia mente, adagiata sui luoghi comuni e sui preconcetti, ha pensato subito al relax di una fuga al caldo. In effetti credevo, erroneamente, che le isole Canarie fossero il regno delle spiagge bianche, delle palme e dei cocktail sorseggiati in riva al mare con addosso solo un costume e le infradito. Me la figuravo così questa fuga esotica. Pensavo fossero mingherline, delle isolette insomma.. Pensavo. Ma già dall’oblò dell’aereo ho capito che qualcosa nella mia formazione scolastica forse andava rivista o quantomeno approfondita.

Ho passato qualche giorno sull’isola di Tenerife, dicevo, uno scoglio in mezzo all’oceano che fa più o meno 84 km di lunghezza. Altro che atollo tropicale e isolette!

In questi giorni dedicati a famiglia ed amici mi sono tuttavia ritagliato dei piccoli spazi esplorativi concedendomi qualche escursione dell’ultim’ora, organizzata alla “carlona”, con poco abbigliamento, poche informazioni ricavate da una guida tascabile scritta totalmente in spagnolo e piuttosto vecchiotta, poche idee chiare fondamentalmente se non una ben precisa: quella di vivere attimi che stando, normalmente, Ai piedi delle Carniche, sono ben lontani dalla mia quotidianità.

Sull’intera isola vigila la sagoma del Teide, il picco vulcanico più alto dell’arcipelago che fa segnare 3718m agli altimetri e che si ritrova un po’ ovunque nel quotidiano vivere  isolano. Sulle auto, nei nomi degli alberghi, nelle pizzerie al taglio… L’idea era di salirlo assieme all’amico di ventura ma ben presto arriverà il suo cambio di programma per scelte più agiate, definiamole così.

Io non mi do per vinto e comincio la conoscenza di queste alture da quella più vicina che si può vedere dal mio alloggio: un bernoccolo roccioso di origine vulcanica che si alza sulle onde dell’oceano per circa 130m di quota, propaggine meridionale della Montana de Guaza.

Sarà una passeggiata esplorativa lungo sentieri ben marcati in attesa che la cittadina di Los Cristianos si risvegli. Godersi l’alba al mare è una situazione che mi è sempre piaciuta. Partire in silenzio da casa con la calda luce del giorno che nasce mentre il sottofondo ai tuoi passi lo fa lo sciabordio delle onde sulla terraferma. Attimi intensi. E’ uno strano salire. Non fosse che in questo periodo non sto tanto attento alla “linea” giurerei di essere più leggero! Chi viene dalle Alpi ed approda come me sui sentieri della lava si troverà stranito al primo impatto con questi percorsi che rimbombano, o comunque che fanno sentire i passi del viandante più leggeri. Le pietre sono molto leggere per la scarsa densità, anche le grosse lastre su cui capita di transitare emettono uno strano rimbombo, come fossero vuote  e si camminasse sui tamburi anziché su sentieri battuti. In breve giungo al limite di scogliere che si gettano nel mare, avevo fretta di vederlo dall’alto, l’oceano.

Strana cosa questa possibilità di fermarmi a studiarlo senza fretta, strana sensazione per chi viene dalle valli. Sempre stato abituato ad avere avanti all’orizzonte uno schermo, un sipario fatto di cime e poi altre cime, qua davanti non c’è nulla tra me e l’infinito che debba essere salito o scansato per vedere il limite dove possono arrivare i pensieri lanciati. Ed è una cosa che lascia basiti. Non è semplice acqua in grosse quantità ma un’entità viva che ipnotizza. So per certo di essere ben più alto della linea zero eppure ho l’impressione che l’accavallarsi delle onde possa da un momento all’altro crescere a dismisura e travolgermi. Strana cosa questo oceano. Elemento dotato di voce propria al contrario dei monti. Urla, sbuffa, crepita.

Rientro con calma, il paesaggio è talmente fuori dai miei schemi mentali dell’abitudine che non posso esimermi dal fermarmi in continuazione a esaminare strane piante nane dal tronco spesso nate attorno alle rocce. Si danno sostegno l’un l’altro su questo altopiano. Di strani cerchi di pietre provo a capire l’origine arrendendomi dopo pochi minuti. Rientro alla base.

Il giorno seguente lo dedico alla salita di una delle cime più antiche dell’isola, la Roque Imoque data come meritevole di visita dalla solita guida.

Lascio l’auto ad Arona, piccolo paesino sulla strada che dal mare porta al cratere del Teide e mi addentro in un paesaggio rurale di rara bellezza. Strano come bastino pochi attimi alle Canarie per passare dal traffico caotico delle cittadine mondane della costa a questi spazi di silenzio resi più profondi dal senso di estrema naturalità che quanto mi circonda offre. Percorro qualche centinaio di metri, dopo i primi cartelli, le segnalazioni sono sempre più parche fino a scomparire del tutto. Vago per circa 30 minuti in queste lande, attraverso un torrente in secca (che qua chiamano Barranco) scendendo ripide sponde di pietra lavica dai mille colori, risalgo oltre su zone appena franate e poco frequentate. Non ho la più pallida idea di dove sia finito, eppure la montagna è davanti a me. “Non mi sono mai perso in vita mia – mi dico – vuoi che mi perda alle Canarie??” E inoltrandomi in cunicoli sempre più stretti fra fichi d’india sempre più vigorosi ritrovo la retta via.

La salita si impenna nei pressi di una costruzione rurale abbandonata. C’è vicino uno strano lastricato, geometricamente perfetto nella sua rotondità, dallo scopo misterioso.. Le ipotesi sull’utilizzo di questa opera mi frullano in testa talmente forti che non mi accorgo nemmeno di aver raggiunto la sella indicata sulla mappa e che il tempo sta rapidamente cambiando in peggio. In effetti, dall’arrivo a Tenerife, non ho mai ancora trovato quel caldo da “spiaggia equatoriale” che mi sarei atteso, anzi, il clima è al limite per essere definito mite. Di conseguenza indosso quello che un montanaro europeo si porterebbe per una camminata all’equatore: pantaloncini e maglietta. Però guai a fermarsi perché i denti cominciano a battere.

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La salita non da tregua, sale lesta fra pietre variopinte e cactus dalle dimensioni oltremodo generose. Giù lo sguardo si perde verso l’oceano ancora per poco, entrerò in una nuvola densa verso la sommità di quella che credevo la Roque Imoque ma che non corrisponde per fattezze e quote a quanto mi dice la cartina. Comincia a piovere e la temperatura crolla. “Non piove mai alle Canarie, vuoi che si metta a piovere ora??”.

Sulla piatta cima poi, vagando nella nebbia, perdo definitivamente il sentiero in una selva di terrazzamenti uniformi. Sembrano disegnati al PC, una precisione disarmante che mi fa perdere l’orientamento. La lattugginosità della situazione mi fa pensare che mantenendo la direzione di marcia troverò senza dubbio il sentiero che mi consentirà di concludere l’anello. Al posto del sentiero trovo alte pareti e, oltre queste, foreste di cactus su cui cadere facendo la fine del coyote dei Looney Toons.. -No, qualcosa non quadra-. Stanco della situazione seguo il vecchio adagio “chi lascia la strada vecchia per la nuova…” e decido di tornare sui miei passi ma ritrovare il sentiero di salita sarà più arduo del previsto. Nonostante tutto, rientro all’auto senza esser stato costretto ad allertare i colleghi del soccorso alpino Canarini (ma ci sono?), magra consolazione. Insomma, un giro immerso in una natura spettacolare su quella che saprò poi essere la Roque del Conde e non la Roque Imoque. La cima fa 1001m e su di lei regnano le nuvole, ho scelto proprio bene la mia escursione!

L’ultima uscita la dedico al Teide, il terzo vulcano per altezza del Mondo. Sono 40 km di salita solo in auto per raggiungere la zona dei parcheggi, un’ora abbondante di strada, altro che Kaiser Zoncolan.

Sto risalendo nell’oscurità la bellissima strada che passa per Villaflor e il termometro dell’auto continua inequivocabilmente il suo conto alla rovescia. Verso le pareti che racchiudono il vecchio cratere l’avvertimento è perentorio: “3°C rischio ghiaccio”. “Ma sono all’equatore o al Polo Nord??”.

In un silenzio irreale e una solitudine che sa di ere geologiche lontane, ammiro dall’interno dell’abitacolo questo spazio senza tempo che è la Canadas del Teide (la caldera vulcanica). Devo convincermi ad uscire e combattere con il freddo equatoriale, sembra una barzelletta.

Orfano di qualsivoglia compagnia ho deciso di dedicarmi alla salita di una cima delle tante qua attorno, la Montana Blanca, che fa 2740m di quota ed è quella che più mi attira, vuoi per il nome un po’ “alpino”, vuoi per il facile accesso dalla strada.

La temperatura esterna mi fa correre più del dovuto, sono vestito sempre poco seppur abbia addosso tutto quello che mi sono portato da casa. La bellezza di quanto mi sta attorno è struggente, credo di aver visto raramente dei posti così affascinanti. Il fatto di trovarmi su di un vulcano poi, mi riporta alle mente le altre esperienze vissute sulle rocce laviche: l’Etna, Vulcano, Stromboli e Alicudi. Attimi che conservo nel cuore come tra i più belli del mio essere camminatore. Perché se c’è qualcosa che la camminata con il suo ritmo costante ti regala, sempre, quando vaghi immerso nella natura, è la capacità di farti fare un viaggio in te stesso. Se poi, questi viaggi, sono fatti in un silenzio avvolto da queste espressioni della Terra, il proprio viaggio interiore è ancora più profondo. Sarà che mi sono costruito un modo di vedere il mondo alla mia maniera, un Fengh Shui nostrano senza troppe linee guida imposte, ma qua attorno gli elementi sono tutti al posto giusto per allineare i miei pensieri verso quello che parrebbe essere la felicità. Un termine pericoloso, felicità, a scriverlo fa quasi paura. E sono felice proprio qua dove regna il nulla assoluto. Polvere, sassi, pochissimi cespugli coriacei che li puoi contare sulle dita di una mano. Un impasto improduttivo direbbe qualcuno, un tutto che mi sta stregando.

Il Teide e il suo circondario sono terreni dove il tempo sembra essersi fermato. O forse qua le ere non si sono mai susseguite ed è rimasto tutto come al minuto zero. Si cammina sul seme della nostra creazione. La creazione del pianeta Terra è qui davanti ai miei occhi. Il paesaggio muta completamente ad ogni cambio di direzione di questa larga pista che sto salendo. La cima è costantemente sopra di me e a portata di scarpa, basterebbe mirarne la sommità per accorciare i tempi di salita e raggiungerla in un batter d’occhio. Ma oggi voglio salire lentamente e restarci più tempo possibile su questi promontori. I colori variano dall’ocra, al nero, al rosso, al bianco. Tutto è brullo a perdita d’occhio. In basso, all’orizzonte, il mare si intravede tra le cortine fitte delle nuvole che cingono la costa Ovest dell’isola. Unica nota stonata, i piloni del telesforo (la cabinovia che porta il pubblico a quota 3400m). Tutto il resto è un condensato di quanto possa essere potente e fenomenale la natura.

Poco prima di arrivare sulla cima vera e propria, oltrepasso la zona delle uova del Teide. Enormi macigni scuri, arrivati dal cielo per l’esplosione del vulcano. Bombe enormi non detonate e depositatesi sul nulla che le circonda.

Impressionante.

Attratto e rapito dal circondario non mi rendo conto di aver raggiunto la mia meta. La piatta cima di pomice ha una piccola piramide di sassi come punta massima. Mi guardo attorno, è ora di rientrare alla civiltà anche se mi fermerei qua ad attendere e pensare. Rientrando, alla luce del sole, mi rendo conto che in pochi km di strada sto facendo il giro del Mondo: visito il deserto del Serengheti, i paesaggi dell’Iran, il Gran Canyon, lo Utah  e la Monument Valley. Tutto alle isole Canarie, che credevo “piccole isole, regno delle spiagge bianche, delle palme e dei cocktails sorseggiati in riva al mare con addosso solo un costume e le infradito..”

Si si, proprio così, vai Omarut che il mondo ha tanto da insegnare.

Aprile 2018

 

3 pensieri riguardo “Dalle Alpi alle Canarie

  1. Bravo bellissimo racconto ho girato anke io dove sei stato tu e altre montagne avendo la fortuna di avere mia zia che è da 50 anni che va a tenerife ed è una signora a cui piace anto camminare perciò mi ha fatto fare delle bellissime escursioni ke credimi c’è ne sono tante io è 5 anni che vado giù e mi sono innamorato di qsta isola xke ti offre tutto qllo che cerchi e ai montanari come noi non fa venire la nostalgia di poter camminare e esplorare senza però togliere niente alle nostre montagne ok grazie x avermi spedito qsto bellissimo racconto e di certo verrò a trovarti nel tuo regno mandi .

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