Circumnavigando le Dolomiti Friulane

Giugno 2022

Fare il giro del mondo, che bello sarebbe. Perdersi tra ambienti sempre diversi lasciandosi stregare dalle tante sfumature di quei posti lontani dalla nostra quotidianità.

Incontrare persone che vivono ritmi che non sono i nostri. Passare in un attimo dal gelo dell’inverno al caldo dell’estate. E dormire un po’ dove capita, senza pretendere alberghi di lusso o sistemazioni da VIP.

Ma poi ripenso al trekking appena concluso nel Parco delle Dolomiti Friulane e mi chiedo il motivo di questa curiosità quando un appagamento alla voglia di evasione si trova a soli pochi km da casa.

Le Dolomiti Friulane sono, in effetti, un mondo in miniatura dove puoi passare giorni interi senza incontrare persone e voltare sempre pagina, ad ogni cambio di versante. Dove puoi perderti su fianchi di cime sempre diverse e sconosciute o affondare nel fondo di valli senza tempo. Lontano dalla società di oggi con i suoi ritmi frenetici e le sue tecnologie totalizzanti. Per alcuni un paradiso materializzatosi in terra, per altri – forse – un inferno di terre alte.


Primo giorno

Estate 2022, o meglio. L’estate non è ancora ufficialmente cominciata ma mentre risalgo la Val Rovadia il caldo è proprio quello di luglio inoltrato, seppure il calendario dica che siamo ai primi di giugno.

Siamo partiti da Andrazza, piccola frazione di Forni di Sopra, sciogliendo i saluti e gustandoci i preamboli di questa avventura nei pressi del Tagliamento, che quest’anno gorgoglia fiacco per una carenza idrica che si protrae – oramai – dallo scorso autunno.

Ci aspettano 5 giorni di trekking come modulo formativo per il corso di accompagnatore di media montagna che, assieme a colleghi diventati oramai più che amici, ci vedranno impegnati in lezioni itineranti, sgroppate su per le crode e nottate in ambiente. Assieme al nostro simpatico gruppetto Marco e Alex, guide alpine già titolate, faranno da direttori e formatori della ciurma.

La Val Rovadia è diversa da come la immaginavo. La vedevo ogni giorno passando nei pressi del suo sbocco naturale, sulla strada del lavoro nell’inverno fornese. Larga all’inizio si fa corsia di ghiaie e di boschi che disegnano le sponde di una terra dal fondo lunare. A metà della valle, verso sinistra, una cascata riempie di fresco vapore l’aria sottostante e passare nei pressi con il sole battente invita ad una doccia rinfrescante, che ovviamente non faremo. Transitiamo sull’alveo di un piccolo ruscello dove scorre acqua fresca che percola dalle pareti superiori, da rocce devastate e frantumate che si ergono verso un cielo non troppo distante. Il sentiero CAI 368 che stiamo seguendo raddrizza da qui in su la testa, si infila in un bosco ripido di grossi faggi che non vogliono essere disturbati. Un sentiero senza fronzoli questo, che non conosce soste e guadagna velocemente quota su questi versanti selvaggi, estremamente selvaggi e poco antropizzati. A terra la direttiva è un passaggio poco accennato che raggiunge la parte alta della valle, proprio dove le acque superiori del torrente Rovadia scendono rimbalzando su di una serie ininterrotta di balze rocciose. Dev’essere qui che si forma d’inverno la cascata di ghiaccio che ho tanto guardato, in un posto lontano dal fondovalle un paio di ore di cammino ma bastevoli a definire come molto lontana la stessa e a mettermi in guardia per i futuri giorni di ghiaccio. Nella mugheta superiore un passaggio richiede attenzione, qualcosa è franato e l’attraversamento dell’ennesimo scivolo di roccia e acqua richiede attenzione per non fare una fine poco edificante. Si respira aria di cime più su, quando il monotono sentiero esce dalla boscaglia inoltrandosi in un territorio di praterie primarie, rododendri e ghiaioni. Un piccolo pianeta retrostante alla Val di Suola, con il passo omonimo che ora risulta poco distante come lo stambecco dal pelo ispido che allieta la nostra pausa nei prati dove la neve è appena scomparsa. Mangio qualcosa lontano dal gruppo, quell’ungulato ha qualcosa di me: l’aspetto fiero è solo un ricordo, pare goffo e poco aggraziato, con una livrea orribile di peluria che si sta staccando a pezzi per la muta stagionale. Forse anche io sto cambiando muta, non certo quella esterna quanto quella che mi vede ancora ancorato a questi mondi. Sono il più vecchio della truppa, o diversamente giovane che sia, e la cosa mi fa pensare.

Il caldo della giornata si fa sentire anche quassù verso i 2000m, con una media di 15 kg sulla schiena, l’andare è giocoforza rallentato seppur lo spirito sia alto come i torrioni che superiamo verso la forcella Rua Alta. Il tratto che precede la cresta sa di roccia e sabbia, attraversa versanti sospesi sul pianoro dove abbiamo sostato, 300m più in basso. E’ l’ultima fatica della giornata perché oggi il percorso termina nello splendido catino che si apre davanti ai nostri occhi alla forcella, l’anfiteatro dove giace la minuta Casera Pramaggiore, ricovero di fortuna che questa notte ospiterà le nostre anime. Scendiamo per rocce e prati al piccolo pianoro della casera. Il posto è quanto di più silenzioso e profondo si possa trovare, schivo nella solitudine di un bosco che arriva solo nei pressi, nel tramonto che infuoca la cima del Monte Rua o le lontane pareti del Cornaget che nella sera si fanno coreografica linea di confine del nostro mondo alpino.

L’accomodamento è spartano ma nessuno pare curarsene, forse avevamo tutti bisogno di fermare per qualche tempo il nostro vivere comune e concederci una pausa come questa, dove ti trovi con gli amici a prendere l’acqua in una sorgente a 10 minuti di cammino dal riparo o tra le risate di chi prova, seriamente o meno, a respirare tutta l’energia di questo luogo fantastico con i piedi scalzi nel prato basso ed odoroso e la mente impegnata nello Yoga.

Accendo un piccolo fuoco. Lo so bene, forse meglio di tutti, che quando le parole si spegneranno e la fatica presenterà il conto della giornata, lui saprà regalare chiacchiere amiche di luci, scoppi sordi di braci ipnotizzatrici e un chiarore altalenante che scalderà anime e cuori.

Passiamo la notte all’interno della struttura, divisi sui 2 piani del piccolo edificio che vede al piano superiore il dormitorio con 8 brande e letti a castello e un locale con la cucina economica al piano terra. Per me, al piano terra, ci sarà un bel materasso di cemento che mi terrà compagnia nottetempo. Non dormirò molto, pazienza.

Dati tecnici: Da Andrazza di Forni di Sopra alla casera Pramaggiore (1812 m) attraverso la Val Rovadia e la forcella Rua Alta – dislivello 1300m – Lunghezza 10 km – segnavia CAI 368 e 366


Secondo giorno

Notte lunga, notte parzialmente insonne. Sono le 5 e ci muoviamo già. Prevedono temporali imminenti e l’idea di prendere fulmini in cresta ci fa desistere sulla percorrenza dell’iniziale tragitto previsto per arrivare al rifugio Pordenone. Non ci vedranno né il passo Pramaggiore né le cime Postegae.

Scaldiamo subito i motori verso la forcella Pramaggiore, 500 metri secchi verso un cielo plumbeo che non promette niente di buono. Umore alto o rassegnazione, non fa differenza. Sulla cresta comincia a piovere fitto, ci copriamo con gli impermeabili e mestamente iniziamo la discesa di questo catino ghiaioso dominato dalla grande parete del Pramaggiore e dalle guglie dolomitiche della cima Pescion. Nessuno in giro tranne noi in questa lunga discesa di nebbie basse e umidità avvolgente. La discesa ci fa tornare nel bosco, tra macchie di larici e pini. Una breve sosta all’asciutto sotto allo strapiombo del grande masso nel ricovero del Cason Val d’Inferno. Sarebbe un posto spettacolare questo, un pascolo oramai abbandonato con un piccolo ruscello che percola in sottofondo attorniato dai boschi, ma questa pioggia che si infittisce ancora non lascia spazio a sentimentalismi. Cominciamo a pensare all’asciutto del rifugio che, tuttavia, dista ancora la discesa di tutta la valle del rio Postegae.

Il tracciato scende ripido e sembra sbattere, giù, sul fondo della valle ghiaiosa. Qua tutto è roccia, nebbia, ghiaie. Un orizzonte stinto.

Raggiungiamo la piana di Meluzzo e con una breve risalita il rifugio Pordenone. Siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia ma la speranza di non prendere acqua ci ha messo il turbo. Un pomeriggio di relax tra il rifugio e la vicina parete di arrampicata, un pomeriggio dove la pioggia non cessa di cadere dal cielo e perdura ben oltre le previsioni.

Le serate nei rifugi dovrebbero essere sempre speciali (e io ne so qualcosa) e in questo i colleghi Ivan e Marika meritano il 10 e lode. Un rifugio pulito, gestito da persone cordiali e simpatiche, con cibo ottimo e brande comode garantiscono ristoro e riposo ai viandanti dell’alpe.

Dati tecnici: Da Casera Pramaggiore al rifugio Pordenone (1249 m) attraverso la Val Postegae – dislivello 500m – Lunghezza 10 km – segnavia CAI 366, 362 e 361

http://www.rifugiopordenone.it


Terzo giorno

La mattina ha l’oro in bocca e, in questo caso, porta anche una bella alba dalle sfumature dorate. Oggi il cielo è limpido e dal profondo azzurro che permea l’atmosfera si preannuncia una splendida giornata. Salutiamo Ivan e ci incamminiamo verso una delle valli più frequentate del Parco, quella Val Montanaia che rappresenta la porta di ingresso allo splendido circo superiore dove svetta il famoso Campanile di Val Montanaia.

Lungo il sentiero che sale ripido verso nord-ovest ripercorro istanti di vita vissuta su queste pareti con il soccorso alpino. La salita del diedro Meluzzo, belli carichi di tutto il materiale di soccorso e scarponi ai piedi, oppure lo sbarco in elicottero sulle pareti della Cima Rosina, il tozzo torrione che fronteggia a ovest il frequentato campanile.

Le guide ci mettono alla prova, in fondo siamo qui per questo. Conduciamo alternativamente il gruppo di fantomatici clienti, tra sorrisi più o meno accennati, silenzi pesanti come le rocce Dolomitiche e la paura di correre troppo. Ecco, questo è lo spauracchio mio e di tutti i colleghi… Perché la guida perfetta mantiene un passo di 350m di salita all’ora, ci imponiamo di non sgarrare. C’è chi è rinfrancato da questa limitazione, chi non sente alcuna limitazione, chi invece pensa di andare in retromarcia vista l’andatura così ridotta e a cui non è per nulla abituato.

Avverto la presenza del campanile ben prima di vederlo. E’ qualcosa di immenso, non tanto per la sua fisicità slanciata, quanto per quel mondo che rappresenta nell’immaginario comune. Un simbolo delle Dolomiti che travalica i limiti regionali attirando a sé un sacco di amanti della montagna da tutta Europa.

Ci concediamo una lunga pausa al bivacco Perugini, cupola rossa adagiata su di un prato punteggiato del blu vivo delle genziane e il giallo acceso dei botton d’oro. Tutti guardano alla famosa siluette mentre io mi perdo con lo sguardo tra i ghiaioni laterali di queste cime, tra le infinite cenge create dal sovrapporsi dei sedimenti marini o qualche improbabile traccia selvatica senza una fine certa.

Saliamo alla forcella Montanaia, punto più alto della giornata. Una salita che addomestica ghiaioni di grossi massi smossi verso una forcella minuta dal grande panorama. Mi giro verso la via percorsa e, per un attimo, l’impressione è quella di attraversare un mondo di pietra fatto da centinaia di anime disperse in questi panorami; fra tutte una mamma guarda il suo piccolo dall’alto sussurrandogli parole piene di amore e comprensione. Quando si è giovani, slanciati e desiderosi di apparire, il successo può arrivare sulla china di un attimo. Ci vuole poco a perdere il senso della misura e la capacità di rimanere umili, come il Campanile di Val Montanaia, oramai isolato da tutte le altre anime che lo circondano rancorose. Ma la cima che più gli è vicina, la Croda Cimoliana che è fatta della stessa sostanza, lassù, continua a guardarlo con lo stesso amore di sempre. Anche se tutte le foto e gli sguardi di chi passa in quel catino sono esclusivamente rivolte a lui, l’urlo di pietra, così lo chiamano.

Ecco cosa sto imparando da questo corso di Accompagnatore. Che gli urli che svettano verso il cielo e le anime dannate delle cime appariscenti sono a portata di tutti, anche di chi – semplicemente vaga per monti – senza guardare a fondo l’ambiente in cui è immerso.

Ma, da accompagnatore, il mio sguardo sarà sempre rivolto a tutte quelle cime che aspettano speranzose l’attenzione di chi è passato e, di loro, non s’era mai accorto prima. Senza urli né gelosie. Perché la montagna è fatta per tutti, ma un po’ di più per chi la approccia nel silenzio di un’emozione condivisa con la giusta guida.

Scendiamo a nord in questo canale che porta verso il basso pezzi di montagna che hanno finito la loro vita d’alta quota. Sono a mio agio, tra ghiaie smosse e lingue di neve che permangono resilienti al caldo di questa quasi estate. Ho passato parte della mia vita a vagare su terreni come questo, tra canali inaccessi e pendii messi lì dalla natura a lottare con la gravità che vince sempre. Tempi che porto nel cuore e che sono rimasti impressi nelle mie gambe e nei miei movimenti. Ogni uomo è figlio di una vita vissuta e i suoi gesti raccontano un po’ di lui. In questo non posso che sentirmi parte dell’ambiente che mi circonda in maniera profonda e totalizzante.

Scendiamo, ramponi e picca sono rimasti nel fondo dello zaino. Più giù quei panorami grigi dalle tinte terree si rifanno vita all’incrocio dei primi fiori dell’erba storna che colora timidamente le ultime ghiaie prima delle mughete. Di nuovo in discesa, dondolanti tra l’alto e il basso, verso il rifugio Padova che ci attende nella distesa di prato che guarda agli Spalti di Toro. Arriviamo tra i primi, il torrente di acqua gelida lì vicino è troppo invitante per resistere ad una doccia “rigenerante” che ci chiama a gran voce. Un contatto con la natura glaciale!

Il rifugio Padova è una perla architettonica che si integra magnificamente con l’intorno. Sculture lignee, prato inglese e cura dei dettagli sono un biglietto da visita di prim’ordine. Peccato per l’accoglienza del personale, decisamente fredda nei nostri confronti, al limite dell’infastidito in una giornata che rivede, nel tardo pomeriggio, nuovamente pioggia dal cielo.

La cena è abbondante. Siamo gli unici clienti e alle 22 siamo mandati a dormire senza troppi convenevoli. Camere confortevoli e bagni puliti. Almeno questo..

Dati tecnici: Dal Rifugio Pordenone al rifugio Padova (1300 m) attraverso la forcella Montanaia – dislivello 1100m – Lunghezza 8.5 km – segnavia CAI 353 e 342

http://www.rifugiopadova.it


Quarto giorno

Il meteo non accenna a migliorare, anzi. La possibilità di prendere un temporale, come 2 gg prima, annulla in chi ci guida la speranza di salire alla cima del Monfalcon di Forni, attraverso la sua normale di II°. Si prospetta una giornata, bagnata, di trasferimento fino al rifugio Giaf, tutt’al più agevolata dal passaggio attraverso l’innocua forcella Scodovacca. Ma il gruppo è caldo, nonostante sulle montagne dirimpettaie del Comelico sia scesa la neve, e al bivio superiore del CAI 346, compatti, decidiamo di salire verso la forcella Monfalcon di Forni. Sarà una salita che farò solo, discosto dal gruppo. Vuoi perché vestito di soli pantaloncini e maglietta, con un guscio per evitare una completa lavata, devo mantenere un ritmo allegro prima di passare dall’entusiasmo all’ipotermia. Vuoi perché la scoperta di nuovi angoli di montagna a me sconosciuti preferisco viverli nell’intimità di me stesso, sacrificando magari il dialogo con gli amici per concentrarmi sulle mille sfumature di panorami nuovi. Studiare i particolari, imparare la strada che i ghiaioni prendono o le mille sfaccettature delle pareti. E qui, nel Cadin D’Arade, tutto ha una logica per chi parla la lingua della montagna.

Una salita più ripida, infine, e scolliniamo a 2295m. Dall’altra parte dorsali che conosco, distese che in passato avevo già gustato nella solitudine invernale. Nell’uniformità piatta di un territorio diviso tra valli e torri, il puntino rosso del bivacco Marchi Granzotto spunta come un porto sicuro in mezzo alla tempesta. Il vento del nord non accenna a placarsi, anzi accresce in corrispondenza della displuviale. Freddo, per essere a giugno, molto freddo in contrasto al molto caldo di soli 2 giorni fa. Contrasti a cui dovremo abituarci, oramai va così.

Arriviamo al bivacco infreddoliti e lo troviamo occupato da due ragazze, infreddolite anch’esse. C’è una sorta di scompiglio generale nell’aria che ci risucchia in questo dedalo di guglie e ci stordisce facendoci correre verso la via di fuga, quella della forcella Cason, via di discesa verso il rifugio.

L’imbuto di Cason ci ingloba e spinge giù, verso il basso su un ammasso di massi instabili che richiedono concentrazione nella percorrenza. Il sentiero CAI 342, che lo discende, porta in grembo i segni del tempo e non è messo benissimo. Ma più scendiamo e più il vento freddo che ci accompagna scema, quindi perdere quota, anche lentamente, questa volta ha un che di divino.

Certi posti mi trasmettono una tranquillità incredibile.
Anche se tutto frana e in questo budello sei trascinato come una delle tante pietre attorno. Anche se da nord soffia un vento straniero che ricorda l’inverno e tu sei lì, pantaloncini e maglietta che un po’, un meteo così, non pensavi certo di trovarlo a giugno. Anche se l’ultima volta, su di là, eri l’unica cosa colorata in mezzo al candore della neve polverosa, con un amico schietto che, purtroppo, è andato avanti per canaloni più profondi. Anche se pietre e ghiaie ne hai pestate tante, appoggiato a quel torrione, solo di poco più solido del resto, ho pensato: queste terre sono spazi dove i sentimenti sono infiniti e vorrei essere una spugna per assorbirne almeno una parte e portarli a casa, nel mondo del giù, e magari trasmetterli alle persone a cui voglio bene.

Raggiungiamo il rifugio Giaf nel tepore del pomeriggio lungo una larga mulattiera da poco realizzata. Qua si respira tutt’altra aria che al rifugio Padova, per fortuna. Gestori in gamba, proposte culinarie alternative al solito “frico e polenta” che, sinceramente, non sopporto più – Prezzi più che onesti e un buon trattamento globale. Mi chiamano per nome ancora prima che mi presenti, simpatici.

Dati tecnici: Dal Rifugio Padova al rifugio Giaf (1400 m) attraverso le forcelle Monfalcon di Forni e Cason – dislivello 1050m – Lunghezza 7.5 km – segnavia CAI 346 e 342.

https://rifugiogiaf.org


Quinto giorno

Oggi torneremo alla civiltà dopo 5 giorni di terre alte. Ci attende il Troi dai Sclops per un commiato a queste cime che hanno visto passare le nostre speranze, le nostre fatiche e le nostre risate. Il meteo continua a non essere dalla nostra ma oramai abbiamo fatto di necessità virtù e pensiamo a tutto il caldo che avremmo patito su questi ghiaioni scuri.

Lasciamo il Giaf e l’allegra brigata del rifugio incamminandoci verso forcella Urtisiel, con una salita di 600m di dislivello che taglierà per qualche tempo il cordone con la valle di Forni. Valicata la forcella lo spettacolo è proprio quello che ricordavo: vastità di wilderness a perdita d’occhio, dorsali arrotondate bucherellate qua e la da cime più aguzze che trafiggono lo skyline di queste terre. Casera Valbinon è un tuffo nel passato di questi luoghi dove l’uscio è aperto grazie alla presenza di un soggetto e dei suoi 2 cani. Schietto ma sincero, integrato come uno dei tanti larici che attorniano la radura di questo ricovero, se ne sta lassù per l’intera estate, in compagnia dei suoi cani e di quella natura che vive lì così profonda e totalizzante.

Ha ricominciato a piovere.

Salutiamo l’oste e attraversiamo la radura di Campuros, forse uno dei posti più intensi di tutte le Dolomiti. Passiamo in silenzio, pare una cattedrale della montagna a cielo aperto. Transitiamo verso la forcella Val di Brica, in un continuo colpo di scena di scorci stupendi che si alternano senza soluzione di continuità. Questo saliscendi tra lande colorate ricorda vagamente la Monument Valley, ne condivide l’atmosfera stantia ma tremendamente affascinante di punte isolate che guardano il cielo da ere che non ci appartengono. Scendiamo per un tratto dove è difficile concentrarsi sul sentiero e non guardarsi attorno e poi saliamo all’ultimo strappo della giornata, la forcella della Val D’Inferno. Ora sarà tutta discesa.

Giù, verso il rifugio Flaiban Pacherini che ancora è chiuso ma aprirà a breve i battenti, avrei voluto salutare Claudio e sua moglie ma cosa gira nella testa di un gestore lo sa solo lui. Ed è sacrosanto che sia così. Un abitante della Val di Suola, nero e strisciante, saluta il nostro passaggio. Sarà l’ultimo incontro di 5 giorni speciali vissuti sulla montagna.

Un giro del mondo in miniatura. Perché un mondo, a volte, può stare anche nelle montagne dietro casa. Basta incamminarsi e crederci

Dati tecnici: Dal Rifugio Giaf a Forni di Sopra (località Sitas – 840 m) attraverso il Troi dai Sclops – dislivello 1100m – Lunghezza 14 km – segnavia CAI 361, 369, 369a e 362.

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