Naufraghi sul Culzei

15.9.2019

Tramonta anche quest’anno la mia stagione in rifugio.

Settembre porta con se atmosfere di tranquillità, silenzi lunghi e profondi come la solitudine. Il gestore di un rifugio alpino deve imparare a sostenerli e ad affrontarli, perché, checchè se ne pensi e dica, dopo i chiassi allegri dei vacanzieri d’agosto, dopo il vociare dei festosi gruppi nelle notti dei sabati sera, il silenzio ritorna a coprire tutto. Lo fa in maniera prepotente quassù, non chiede permesso e se ne infischia che tu sia allegro, stanco, indispettito.. Quando la sagoma dell’ultima persona valica la sella verso Ovest, resti solo con una montagna che si fa nuda e ti scruta.

Gettato in quel catino di naturalità che sono le dolomiti Pesarine nel crepuscolo di settembre, oggi ho chiesto ai miei amici di aiutarmi a sostenere questo sguardo indagatore, per qualche ora ancora.

“Si potrebbe salire alla cima del Creton di Culzei per il tramonto, è da tutta la settimana che ci penso, vi unite?”

Una proposta brusca tale sarebbe, per molti, senza una logica. Alle 18 di domenica la strada da intraprendere dovrebbe essere già da un pezzo quella di casa, ma la logica spesse volte poco centra con i pensieri che nascono in quota. Dopo una notte fatta di ore piccole, canti sguaiati e pochissimo sonno, incamminarsi verso l’alto alla sera ha un vago sentore masochistico.

Eppure Mauro e Tiziana ci stanno. Forse anche loro hanno qualcosa da chiarire con se stessi, forse qualche pena da espiare o forse, semplicemente, non se la sentono di lasciarmi solo.

Saliamo quel sentiero che già dal nome invita al rientro a valle: il “Malavoglia” serpeggia stretto sulle ghiaie del Clap, giocando a rimpiattino tra le pareti e quei quattro abeti che vivono sopra i 1800m. La nebbia che ricopre questo calderone ghiaioso impregna lo spazio di umidità e quiete. Anche la montagna pare avere voglia di mutismo, una segretezza dal bianco lattiginoso che salendo perde consistenza. L’ascesa è rapida e sbuchiamo da un mare basso dov’eravamo inabissati proprio nei pressi dell’attacco della ferrata Gasperina. Incredibile come, nello spazio di qualche decina di metri, prospettive umori e pensieri cambino così repentinamente.

Sulle pareti della Pannocchia il ritmo è vivace e la chiacchiera scema, poche parole e tanti ansimi ci depositano alla forca dell’alpino dove il rumore dell’elicottero del CNSAS ancora pervade il vallone. Mattia non è ancora stato trovato dopo cinque giorni, un pensiero profondo per lui, questa montagna – ora nuovamente silente – ne conserva la segretezza della sua sorte.

Attacchiamo la parte terminale della ferrata dei 50. Quest’anno ancora non ero mai salito fin quassù, che vergogna! Nell’immaginario comune il gestore sa tutto di quell’angolo di mondo dove vive, girovago inguaribile per le montagne, buontempone da bancone e previsore del meteo alla bisogna. Una stagione intera senza allontanarsi troppo dal rifugio, questa la verità. La punta del compasso sta sul tetto dell’edificio che ti fa da casa, da riparo, da chiesa e, a volte, da prigione. La matita delimita un’area di poche centinaia di metri che diventa scoperta, raccolta, svago, fuga.

La sera sta arrivando da est, il sole se ne scappa dietro alle Dolomiti famose.

E noi, sulla cima di una delle tante cime che famose non sono, culminiamo il nostro passo qui sulla sommità del Creton di Culzei. Come naufraghi lasciamo che la nostra salvezza, la nostra isola, sia questa punta di roccia grigia che insieme alle vicine sorelle disegna in questo attimo un nuovo arcipelago geografico. Un attimo dove il tempo pare cristallizzarsi infinito.

Scaldarmi alla luce del “raggio verde” è sempre stato un vezzo che custodisco con cura in un anfratto della mia anima. Quando qualcosa non va, penso ai tramonti vissuti sulle quote.

Anche gli altri sono pervasi da una strana euforia. C’è chi mima moti da tuffatore, chi scruta panorami di panna. Io vago per le punte che si gettano nel baratro. So per certo che la via Gilberti esce sotto ai miei piedi ma è diventato tutto un mare profondo e mi prendono delle piacevoli vertigini allo stomaco. La nebbia uniforme, qualche centinaio di metri più in basso, attira a sé come fosse un’enorme tappeto di piume.

Comunque sia il sorriso ci pervade, questo è innegabile. Emozioni del genere si imprimono talmente a fondo che ci resteranno per sempre, o riaffioreranno in noi nei momenti giusti. Loro sanno quando sarà il momento giusto per tornare a galla, non c’è dubbio.

Naufraghi sul Culzei aspettiamo la notte per scendere un po’ più in basso alla nostra casa, al nostro riparo, alla nostra chiesa. Questa sera non sarà certo una prigione.

Scendere a valle e immergersi nuovamente nello specchio della nebbia, un po’ più legati in quella cordata che, alcuni, chiamano amicizia.

Omarut, Mauro e Tiziana

INFO UTILI: la normale al Creton di Culzei è un’ascesa di stampo alpinistico senza grosse difficoltà tecniche perché risulta agevolata dalla ferrata Gasperina e da parte della ferrata dei 50. Dal rifugio De Gasperi, attraverso il sent. CAI 232, si risale il vallone dei Malavoglia fino alle pareti meridionali del Clap Grande dove, sulla destra, si scorge il canale detritico che termina alla forca dell’Alpino (sin qui 1.00h). Un centinaio di metri oltre, sulla parete di sinistra, cominciano le attrezzature della ferrata Gasperina, unica attuale via ufficiale di salita e discesa per la forca. La percorrenza della ferrata comporta 45min di salita – difficoltà PD/D. Dalla forca dell’alpino si salgono le attrezzature della ferrata dei 50 fino alla cima del Creton di Culzei a 2458m (45min – difficoltà PD).

Discesa in senso inverso sull’itinerario di salita.

Necessario kit completo di sicurezza per percorsi attrezzati (casco, imbrago e longe da ferrata).

One thought on “Naufraghi sul Culzei

  1. ahh che spettacolo! buona idea per il prossimo anno con tappa per la nanna al DG.
    buona chiusura, mi auspico sia stata una buona stagione!
    mandi,

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