La farina del diavolo

Narra la leggenda che “In un mulino posto sul ciglio del rio Radime, ad una mugnaia molto tirchia che macinava il grano, un poverello chiese un pugno di farina. Alla richiesta la mugnaia rispose “Se cheste farine a è mee, che il gjaul me la puarti vie” (Se questa farina è mia, che il diavolo me la porti via). In men che non si dica, proprio per intervento del diavolo, la farina fu scagliata dal roccione da cui si getta la cascata, conferendole quel caratteristico colore biancastro, dovuto in realtà ad una millenaria erosione.(dal sito del comune di Villa Santina).

Prima le cose principali..

INFO UTILI: la ferrata “La farina del Diavolo” è un percorso attrezzato nel 2019 con i moderni canoni della sicurezza e risale la parete che delimita a meridione l’altipiano di Lauco, salto verticale dove si genera durante le piogge intense la cascata della Radime, putroppo effimera, una delle più alte d’Europa. La ferrata si sviluppa alcune decine di metri a destra della linea di caduta dell’acqua.

Spettacolari lungo l’ascesa gli scorci inediti che si sviluppano sul sottostante paese di Villa Santina e tutta la bassa valle del Tagliamento.

Ferrata a tratti molto esposta, classificata come difficile (D) vista la lunghezza dei tratti verticali e la difficoltà di alcuni passaggi tecnici. L’attacco è raggiungibile seguendo le indicazioni nei pressi del cimitero di Villa Santina (parcheggio). Anche il sentiero di rientro per la discesa (la ferrata infatti è percorribile unicamente in salita) termina al parcheggio permettendo così un interessante percorso ad anello in questo angolo di Carnia.

Consigliata unicamente a persone preparate che abbiano la giusta dimestichezza con percorsi impegnativi ed esposti al vuoto.

Sviluppo circa 450m per un dislivello di circa 230 positivi.

Tempi di percorrenza indicati : 3.30h di salita e 45 minuti per il rientro che si svolge lungo il sentiero che costeggia il termine del bosco e, quindi, la vecchia mulattiera per Lauco. Consigliabile la percorrenza in autunno, inverno e primavera nelle giornate non troppo calde (la roccia scura e l’esposizione meridionale rendono la parete rovente!)

Persone più preparate possono considerare 1.30h come tempo medio di salita. La ferrata attualmente presenta un tratto abbastanza “sporco” verso la sommità con zone di terra e qualche pietra instabile, tuttavia le piogge autunnali e la frequentazione faranno il loro lavoro di pulizia.

Il tracciato della ferrata dal vicino Col di Zucca

Poi qualcos’altro..

12.09.2019

“Mancava una cosa del genere qua da noi”. Questo è ciò che ho pensato risalendo la parete della Radime oggi. Curiosa cosa questa, di qua sono sempre solo sceso in esercitazione con il soccorso alpino mentre ora, dopo l’apertura di questo itinerario, tutti possono andare controcorrente su di una parete che offre un punto di vista decisamente inedito del circondario. Tra i piedi i tetti dell’abitato di Villa Santina che ti pare di toccarli e poi oltre lo sguardo spazia sulla bassa valle del Tagliamento e le cime qua attorno. Sali e ti senti osservato da tutto il paese. Strana condizione per chi associa da sempre le vie ferrate alle montagne. Ma il mondo va così e i nostri vicini (Austria, Slovenia ma anche i connazionali dolomitici) da anni stanno investendo in questo tipo di strutture che, al di là di logiche conservazionistiche degli ambienti alpini (che in casi del genere poco c’azzeccano) e di sterili polemiche, altro non sono che dei forti punti di interesse per gli amanti del genere.

Perché di sicuro la farina del Diavolo diventerà in breve una delle principali attrattive della zona. Ben venga quindi tutto ciò che dà una boccata di ossigeno alla nostra terra se vige il rispetto per il nostro territorio.

E’ stato piacevole percorrere in totale sicurezza questa parete che fin’ora era riservata agli arrampicatori. A breve distanza infatti corre la “via lattea” (dei fratelli Dorigo), tracciato di arrampicata sportiva mediamente disdegnato.

In esercitazione nel “sacco della farina”

L’ascesa comincia a breve distanza dal cimitero dove un comodo sentiero guida, poco oltre la falesia di arrampicata di Madrabau, all’inizio delle attrezzature. Il primo tratto verticale porta, verso destra, alla cengia della vipera, breve spazio meno verticale che orienta ora la salita verso il dente di roccia che si stacca dalla parete principale.

Si accede alla rampa liscia e risalendo le ottime attrezzature si giunge al panoramico ponte sospeso dove la vista spazia dalle Alpi alle Prealpi Carniche. Il verde che si para davanti stordisce quasi. Boschi, prati e campi coltivati si susseguono a perdita d’occhio.. Vale proprio la pena fermarsi un attimo a contemplare la nostra Terra carnica.

Rientrati sul tracciato, si sale ora verso destra passando sotto a pareti gialle strapiombanti (passeggiata coperta) e quindi verticalmente alla rampa della punta dove, in alto, una passerella in legno evita il terreno smosso e permette di raggiungere i passaggi delle terrazze e delle lame . Quest’ultimo, in particolare, dà un tocco di originalità all’intero tracciato con vaghi sentori speleologici..

E’ quasi fatta: dopo il facile tratto della cengia della cassa (a breve sarà presente il libro di via), l’ultimo passaggio verticale (il nido dell’aquila) ci fa uscire nello splendido bosco di carpino dell’altopiano di Lauco, proprio nei pressi del torrente in secca che genera la cascata nei periodi di pioggia.

La deviazione per il vicinissimo paese di Lauco (5 minuti) è indicata ma oggi siamo di fretta, come sempre, e ci buttiamo a capofitto nel sentiero di rientro che contorna il termine del bosco. Il vuoto di assapora sulla sinistra costantemente, indistinto tra gli alberi e il panorama. Poi un silenzio sconcertante ci avvolge giù a Villa Santina, i muri paramassi ci dividono dal paese e dalla sua frenesia. Il rientro al punto di partenza è piacevolmente ricavato su vecchie tracce che si snodano tra i ghiaioni e gli enormi massi figli della parete appena percorsa.

Conclusione

Basterebbe davvero poco a far si che la Carnia innestasse la giusta marcia e riuscisse a vivere di turismo come tutte le terre che la circondano. Fortunatamente, forse, qualcosa sta cambiando e questa realizzazione ne è l’esempio. Un plauso sentito da parte mia all’intero comune di Villa Santina e al gruppo di lavoro che ha realizzato la ferrata. Ora forse, quando gli altri amministratori locali passando nei pressi di Villa alzeranno la testa e vedranno tanti puntini colorati appesi, capiranno che l’economia potrebbe essere sostenuta anche dalle attività outdoor e non solo dalle grosse fabbriche del fondovalle pronte a delocalizzare all”estero. La nostra natura, fortunatamente, nessuno la può delocalizzare.

In Carnia abbiamo tutto. Anzi no, forse manca un filo di lungimiranza.

Buona salita

One thought on “La farina del diavolo

  1. Ooooh…bravo Omarut!
    Alla faccia di chi brontola sempre: se si fa perchè si fa, se non si fa perchè non si fa!
    Se penso quante volte, anche con i corsi ferrate, abbiamo dovuto spostarci in Austria e Slovenia, dico solo: era ora che ci svegliassimo!

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