L’esoscheletro sarà il futuro del camminare in montagna?

Chi frequenta la montagna sa bene che camminare non significa soltanto spostarsi da un punto all’altro. Significa affrontare dislivelli, accumulare ore di movimento, trasportare pesi, adattare continuamente il passo alle caratteristiche del terreno. È un’attività che richiede allenamento, resistenza e una buona capacità di gestione delle proprie energie.

Ma per alcune persone camminare rappresenta anche qualcosa di diverso: un’esigenza quotidiana, una necessità professionale, talvolta una vera e propria prova di resistenza che si ripete giorno dopo giorno.

È proprio partendo da questa considerazione che ho affrontato la prova del NAVEE EXO S Pro, un esoscheletro progettato per assistere il movimento degli arti inferiori.

Prima di raccontare le mie impressioni, desidero ringraziare Roberto Sport di Sauris, che mi ha contattato proponendomi di testare questo dispositivo e affidandomi una recensione non al semplice appassionato di escursionismo, ma a chi della camminata ha fatto una professione. Essere accompagnatore di media montagna significa infatti trascorrere moltissimo tempo sui sentieri, conoscere le dinamiche del movimento e confrontarsi quotidianamente con la fatica, propria e delle persone accompagnate.

Ho accolto quindi con curiosità questa proposta, cercando di osservare il dispositivo non soltanto come una novità tecnologica, ma soprattutto come uno strumento che potrebbe trovare applicazioni interessanti in diversi ambiti legati alla montagna.

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Non soltanto escursionismo: dove potrebbe fare davvero la differenza

La prima riflessione che mi è venuta in mente, ancora prima di indossare l’esoscheletro, riguarda proprio il suo possibile campo di applicazione.

Non credo che il suo principale destinatario debba essere necessariamente l’escursionista, più o meno allenato, che desidera salire più velocemente una montagna o aggiungere qualche centinaio di metri di dislivello alle proprie uscite. Credo, piuttosto, che il valore di questa tecnologia possa emergere soprattutto in quelle attività nelle quali il nostro apparato muscolare e articolare viene sottoposto a sollecitazioni ripetute e prolungate.

Penso, per esempio, al Soccorso Alpino in cui ho prestato servizio per 18 anni come tecnico. Durante una ricerca di persona dispersa, soprattutto quando le squadre disponibili sono numericamente ridotte, gli operatori possono accumulare moltissime ore di marcia, spesso su terreni difficili e con un notevole dispendio energetico. In queste situazioni, un sistema capace di assistere il movimento e contenere l’affaticamento potrebbe rappresentare un supporto interessante, contribuendo a mantenere più a lungo l’efficienza degli operatori.

Mi torna in mente anche la mia esperienza alla gestione del Rifugio De Gasperi, una struttura raggiungibile esclusivamente a piedi. Chi ha vissuto l’esperienza di gestire un rifugio in quota sa quanta fatica richiedano le attività che precedono e accompagnano una stagione di apertura: trasportare viveri, materiali, attrezzature, affrontare centinaia di salite con carichi sulle spalle e occuparsi delle lavorazioni necessarie al mantenimento dell’infrastruttura. Ripensando a quelle giornate, sono convinto che un supporto di questo genere mi avrebbe risparmiato una quantità considerevole di fatica.

Un altro settore nel quale immagino possibili benefici è quello forestale. Il lavoro dei boscaioli comporta un impegno fisico quotidiano particolarmente elevato, spesso accompagnato da carichi, spostamenti e movimenti ripetitivi. Un dispositivo che contribuisca a ridurre lo sforzo richiesto agli arti inferiori potrebbe avere un interesse concreto anche in questo ambito.

Infine, penso alla mia stessa professione. Accompagnare persone in montagna significa camminare moltissimo, soprattutto nei sopralluoghi agli itinerari, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Mi piace immaginare che, in futuro, tecnologie di questo tipo possano contribuire a preservare più a lungo le capacità fisiche di chi svolge professioni legate al movimento, permettendo di prolungare una vita lavorativa senza dover necessariamente pagare ogni giornata trascorsa sui sentieri con un progressivo accumulo di affaticamento.

Sono prospettive, naturalmente, che richiedono valutazioni e verifiche specifiche. Ma è da qui che nasce il mio interesse per questo dispositivo.

Il primo approccio: indossabilità, regolazioni e costruzione

Il primo impatto con l’esoscheletro è stato positivo. Ho indossato il dispositivo e ho iniziato subito a prendere confidenza con le regolazioni, che si sono rivelate piuttosto intuitive.

La struttura è progettata per adattarsi alle caratteristiche fisiche dell’utilizzatore attraverso una serie di bloccaggi semplici da azionare. È possibile regolare la larghezza nella zona del bacino e adattare i sistemi di fissaggio lungo gli arti inferiori.

Due elementi strutturali collegano la parte delle anche, dove si trova il sistema motorizzato, ai supporti che accompagnano le gambe. In corrispondenza delle cosce e della parte superiore delle gambe sono presenti fibbie che permettono di serrare e regolare con precisione il dispositivo.

Ho apprezzato soprattutto la possibilità di trovare una regolazione piuttosto precisa senza avvertire, anche stringendo adeguatamente le cinghie, una sensazione eccessiva di compressione sugli arti. Naturalmente, la vestibilità dipende anche dalla conformazione fisica e dall’abbigliamento indossato, ma il primo approccio è stato decisamente semplice.

Un aspetto importante da segnalare riguarda le misure corporee: il dispositivo non è indicato per persone di altezza inferiore a 160 cm o superiore a 190 cm. Un limite da considerare prima di qualsiasi valutazione sull’acquisto.

La batteria è estraibile e, nella mia rilevazione, pesa circa 200 grammi. L’accensione avviene attraverso un semplice interruttore, mentre due comandi consentono di regolare il livello di assistenza, da 1 a 6.

La possibilità di intervenire sui parametri attraverso l’applicazione dedicata aggiunge un ulteriore livello di personalizzazione. Il sistema è dotato di una gestione intelligente del movimento, capace di adattare l’assistenza alle caratteristiche dell’utilizzatore e di considerare eventuali differenze tra i due arti. È inoltre possibile selezionare e configurare differenti attività, dalla camminata alla corsa, dalla bicicletta allo sci alpinismo.

Non si tratta quindi di un semplice motore che spinge le gambe sempre nello stesso modo, ma di un sistema che cerca di interpretare il movimento e accompagnarlo.

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Comfort, abbigliamento e manutenzione

Il peso complessivo dichiarato del dispositivo è contenuto e, una volta indossato, la distribuzione degli elementi fa sì che non si avverta una particolare pesantezza. Durante la prova ho percepito soprattutto la presenza dei supporti attorno alle gambe, una sensazione probabilmente accentuata anche dalla mancanza di abitudine a indossare un apparato di questo genere.

Non ho riscontrato particolari fastidi, ma credo che un utilizzo continuativo potrebbe aiutare a familiarizzare ulteriormente con la struttura.

Un aspetto che merita una menzione particolare è la possibilità di rimuovere i rivestimenti e i cuscinetti che si frappongono tra la struttura meccanica e il corpo. Questi elementi sono asportabili e lavabili in lavatrice. Trovo questa soluzione particolarmente intelligente pensando alla zona lombare e al bacino, dove il contatto con il dispositivo può favorire una sudorazione importante, soprattutto durante l’attività fisica estiva. È proprio una delle zone nelle quali normalmente appoggia anche lo zaino e dove l’accumulo di sudore può diventare fastidioso. La possibilità di rimuovere e lavare le imbottiture è quindi un vantaggio concreto per chi intende utilizzare frequentemente l’esoscheletro.

Anche la rumorosità è risultata estremamente contenuta. Durante il movimento si percepisce appena un leggero fruscio meccanico, che non interferisce con i suoni dell’ambiente circostante. Per chi vive la montagna anche attraverso il silenzio, questo non è un particolare trascurabile.

Per quanto riguarda lo zaino, ho verificato che il dispositivo può essere utilizzato senza particolari problemi con uno zaino di dimensioni contenute, indicativamente da 20-25 litri. Con zaini più voluminosi, invece, la presenza della batteria nella zona posteriore potrebbe creare interferenze e ridurre il comfort.

La rimozione dell’esoscheletro è altrettanto semplice: bastano due clip in corrispondenza delle cosce e uno sgancio centrale nella zona del bacino. Una volta tolto, può essere parzialmente ripiegato e fissato all’esterno dello zaino. Trasportarlo al suo interno richiede invece uno spazio adeguato, considerando il volume della struttura.

La prova sul campo: salite, discese e ostacoli

Terminato il primo approccio, sono uscito dal negozio Roberto Sport alla ricerca di un terreno che mi permettesse di mettere alla prova il dispositivo.

Non volevo limitarmi a percorrere una strada pianeggiante: avevo bisogno di trovare pendenze significative, cambi di ritmo e ostacoli che potessero mettere in evidenza le capacità e gli eventuali limiti del sistema.

Ho individuato alcune situazioni interessanti in un prato e in un tratto boschivo sotto il Monte Morgenleit , dove ho iniziato a sperimentare i diversi livelli di assistenza.

La prima sorpresa è stata rendermi conto che il supporto offerto dall’esoscheletro è diverso da quello che mi aspettavo. Non bisogna confondere un esoscheletro con una e-bike.

Probabilmente, avvicinandomi a questa tecnologia con un pregiudizio iniziale, immaginavo un’assistenza paragonabile a quella di una bicicletta elettrica. Ma il funzionamento è profondamente differente.

Una e-bike, soprattutto utilizzando i livelli di assistenza più elevati, può arrivare a fornire una spinta tale da trasformare anche una salita impegnativa in qualcosa di relativamente semplice. L’esoscheletro, invece, non ti porta in cima e non cammina al posto tuo. Il movimento deve comunque essere generato dal corpo: il dispositivo interviene per assisterlo, accompagnarlo e ridurre lo sforzo richiesto.

Ho voluto verificare questa differenza anche affrontando salti su tronchi e ostacoli costituiti da grossi blocchi di cemento. Il supporto si avverte, talvolta in maniera decisamente sensibile, ma non elimina la necessità di possedere forza, coordinazione e capacità motorie.

Questo è un aspetto che considero importante anche dal punto di vista della sicurezza in montagna. Sento spesso parlare del rischio che dispositivi di questo genere possano spingere persone poco preparate ad affrontare itinerari superiori alle proprie capacità, con il conseguente rischio di trovarsi in difficoltà e richiedere l’intervento del Soccorso Alpino. La mia impressione, almeno sulla base della prova effettuata, è che l’esoscheletro non possa essere considerato uno strumento che rende automaticamente accessibile qualsiasi itinerario. Non sostituisce l’allenamento, non elimina le difficoltà tecniche e non risolve i problemi di chi non possiede le capacità necessarie per affrontare un determinato percorso.

Il comportamento in salita

In salita ho percepito un’assistenza concreta, soprattutto quando il terreno presenta una pendenza regolare e permette di mantenere un ritmo costante. Ho provato anche a percorrere circa 100 metri di salita particolarmente ripida utilizzando il livello massimo di assistenza. Considerando che sono abituato a camminare e possiedo una buona preparazione fisica, mi ha colpito il fatto di aver affrontato quel tratto senza arrivare con il fiatone. Naturalmente non si tratta di un risultato generalizzabile a qualsiasi utilizzatore, ma la sensazione di alleggerimento dello sforzo è stata evidente. La casa madre fornisce un dato: il 40% circa di supporto allo sforzo.

Ho notato che il dispositivo lavora particolarmente bene quando il movimento delle gambe è ampio e richiede una distensione significativa degli arti. Anche il superamento di ostacoli verticali piuttosto alti è risultato agevolato: saltando su blocchi di cemento, ho percepito una spinta che rendeva il movimento meno faticoso rispetto a quanto sarebbe stato senza assistenza. La differenza più evidente si riscontra però nei percorsi regolari. Una strada forestale in salita, con una pendenza abbastanza costante, rappresenta probabilmente uno degli ambienti nei quali l’esoscheletro riesce a esprimere al meglio le proprie caratteristiche. Il movimento viene riconosciuto e supportato con continuità, permettendo di mantenere un passo naturale e regolare.

E in discesa?

Qui ho trovato un aspetto particolarmente interessante.

Istintivamente avevo concentrato la mia attenzione sulla salita, immaginando che il vantaggio principale di un esoscheletro fosse quello di aiutare le gambe nella fase di sollevamento e avanzamento. In realtà, anche in discesa il supporto si è rivelato significativo.

La sensazione che ho percepito è stata quella di una sorta di frenata progressiva e continua, senza avvertire scatti o brusche interruzioni nel passaggio tra le diverse posizioni dell’arto. L’esoscheletro accompagna il movimento e sembra intervenire soprattutto nella gestione della fase di discesa, quando il peso del corpo e la gravità richiedono alle gambe un lavoro importante di controllo.

Ho voluto verificare questa impressione con un confronto molto semplice: ho tolto il dispositivo e ho percorso nuovamente un tratto caratterizzato dalla stessa pendenza.

La differenza è stata immediatamente percepibile.

Solo in quel momento mi sono reso conto di quanto l’assistenza fosse intervenuta durante la discesa precedente. Il beneficio non consisteva soltanto in una sensazione di maggiore facilità, ma nella percezione di un movimento più accompagnato e meno gravoso.

Per chi frequenta abitualmente la montagna, questo aspetto merita particolare attenzione. Spesso si tende a considerare la salita come il momento più impegnativo di un’escursione, dimenticando che proprio durante la discesa gli arti inferiori devono controllare continuamente il peso del corpo e assorbire le sollecitazioni del terreno.

Non posso quantificare una riduzione delle sollecitazioni articolari sulla base di questa prova, ma posso dire che la sensazione soggettiva di assistenza in discesa è stata decisamente positiva.

Un’altra osservazione riguarda l’ampiezza del passo: scendendo a una velocità abbastanza sostenuta e con falcate ampie, ho percepito maggiormente l’intervento del sistema rispetto a una discesa affrontata con passi piccoli e ravvicinati.

Lo stesso principio sembra emergere in salita, quando la distensione degli arti diventa più importante.

La risposta ai movimenti e i limiti sui terreni tecnici

Un altro aspetto che ho voluto osservare è la capacità dell’esoscheletro di riconoscere e assecondare i movimenti del corpo.

La risposta è risultata generalmente molto rapida. I dati tecnici del sistema indicano tempi di reazione nell’ordine di pochi decimi di secondo e, durante la prova, non ho riscontrato particolari discrepanze tra il movimento delle mie gambe e l’intervento dell’esoscheletro. Ci sono state tuttavia alcune situazioni nelle quali ho percepito un leggero ritardo. Mi riferisco soprattutto ai cambiamenti repentini di direzione e alle transizioni molto rapide tra movimenti differenti. Per esempio, arrivare di corsa ai piedi di una salita, girarsi bruscamente di 180 gradi e iniziare immediatamente a scendere, oppure cambiare direzione su un tratto a mezza costa. In queste circostanze, per qualche istante, il sistema sembra avere bisogno di un tempo leggermente maggiore per interpretare la nuova dinamica del movimento e adeguare l’assistenza. È una caratteristica che ho notato soprattutto quando ho cercato volontariamente di mettere alla prova il dispositivo con movimenti poco convenzionali.

Il comportamento complessivo rimane comunque convincente, ma credo sia importante sottolineare che l’esoscheletro dà il meglio di sé quando il movimento è sufficientemente regolare e prevedibile.

Nei percorsi caratterizzati da pendenze costanti, sia in salita che in discesa, l’assistenza è risultata molto efficace. Al contrario, sui terreni più tecnici, dove bisogna cambiare continuamente posizione, direzione e ampiezza del passo, ho percepito qualche limite in più.

C’è poi una considerazione legata alla trasmissione della forza. A differenza di una bicicletta elettrica, dove il motore agisce direttamente sulla trasmissione del mezzo, in questo caso la spinta viene trasferita attraverso una struttura meccanica che deve rimanere solidale al corpo durante il movimento. Nonostante le regolazioni siano precise, ho occasionalmente avvertito qualche piccolo gioco tra la struttura e gli arti inferiori. Credo che questo dipenda anche dall’abbigliamento indossato e dai tessuti che si interpongono tra le parti meccaniche e il corpo. Il serraggio è efficace, ma non sempre è possibile eliminare completamente ogni movimento relativo.

Non si tratta di un problema particolarmente fastidioso, quanto piuttosto di una caratteristica da considerare quando si cerca la massima efficienza del sistema.

Batteria e autonomia: cosa sappiamo davvero?

Un altro aspetto importante riguarda naturalmente l’autonomia. La casa costruttrice dichiara prestazioni che arrivano fino a 40.000 passi in pianura. È un dato interessante, ma va interpretato correttamente: si tratta di un valore dichiarato dal produttore, riferito a condizioni di utilizzo specifiche, e non di una prestazione che ho potuto verificare personalmente. La mia prova, infatti, è durata complessivamente circa un’ora e si è svolta nei dintorni del negozio Roberto Sport di Sauris. Non ho avuto la possibilità di utilizzare l’esoscheletro durante un’escursione completa di diverse ore, affrontando un’intera giornata di salita e discesa.

Questo rappresenta inevitabilmente un limite della mia recensione, soprattutto per quanto riguarda l’autonomia effettiva e il comfort nell’utilizzo prolungato.

Ho però raccolto una testimonianza interessante direttamente dal rivenditore, che mi ha raccontato di aver utilizzato il dispositivo durante una lunga traversata montana di più giorni, indossandolo quotidianamente senza mai esaurire la batteria. Mi ha riferito di essersi trovato particolarmente bene anche sotto questo aspetto, probabilmente utilizzando livelli di assistenza non sempre massimi. È un’esperienza positiva che merita di essere riportata, pur distinguendola da una verifica personale.

Per quanto mi riguarda, sarà proprio l’utilizzo prolungato su un’escursione di una giornata intera a rappresentare la prova più interessante da effettuare in futuro.

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A chi consiglierei l’esoscheletro?

Arrivati a questo punto, credo sia necessario chiarire una cosa.

Se mi chiedessero se consiglierei questo esoscheletro a un escursionista allenato che desidera migliorare le proprie prestazioni, la mia risposta sarebbe probabilmente no.

Non perché il dispositivo non funzioni, ma perché non credo sia questa la sua destinazione più interessante.

Durante la prova ho avuto la conferma che il dispositivo è in grado di fornire un’assistenza concreta al movimento, sia in salita che in discesa. Tuttavia, non lo considererei uno strumento pensato per permettere a un escursionista di affrontare itinerari più difficili o aumentare le proprie capacità tecniche.

Ritengo invece che il suo potenziale maggiore possa riguardare persone che incontrano difficoltà nella deambulazione, soggetti che necessitano di un supporto durante il movimento e lavoratori che sottopongono quotidianamente gli arti inferiori a sollecitazioni importanti.

Mi è stato riferito anche l’interesse di alcuni fisioterapisti nei confronti di questa tecnologia, in particolare per il possibile impiego durante percorsi di recupero successivi a traumatologie degli arti inferiori.

È un campo che trovo particolarmente interessante. La possibilità di regolare l’assistenza sui due arti potrebbe, per esempio, consentire di intervenire in maniera differenziata quando esistono significative differenze di forza o capacità tra una gamba e l’altra.

Immaginando il caso di una persona che, dopo un infortunio, abbia perso parte della propria massa muscolare e della capacità di movimento in un arto, viene spontaneo chiedersi se un’assistenza personalizzata possa diventare uno strumento utile nel percorso di recupero.

Naturalmente, non sono un medico né un fisioterapista e non mi permetto di attribuire al dispositivo proprietà terapeutiche o riabilitative. Sono ambiti che richiedono valutazioni cliniche, protocolli specifici e il giudizio dei professionisti sanitari. Ma è proprio questa varietà di possibili applicazioni che rende la tecnologia interessante.

La montagna del futuro: meno fatica, più possibilità?

C’è un ultimo pensiero che mi porto a casa da questa esperienza.

Quando ho iniziato a provare l’esoscheletro, il mio interesse era prevalentemente tecnico: capire come funzionasse, quanto fosse efficace e quale assistenza potesse offrire durante la camminata.

Alla fine, però, mi sono ritrovato a pensare soprattutto alle persone.

A chi ogni giorno percorre sentieri per lavoro. A chi deve trasportare materiali e carichi in quota. A chi presta servizio nel Soccorso Alpino e affronta ore interminabili di ricerca. A chi, semplicemente, vorrebbe continuare a camminare nonostante un corpo che, con il passare degli anni o dopo un infortunio, non risponde più come un tempo.

Penso anche al mio futuro professionale. Fare l’accompagnatore di media montagna significa chiedere molto alle proprie gambe. Significa accumulare dislivelli, affrontare discese, ripetere gli stessi movimenti per centinaia di giornate all’anno. Mi piace pensare che tecnologie come questa possano, un domani, contribuire a preservare le capacità fisiche di chi ha scelto di fare della montagna il proprio lavoro.

Non credo che l’esoscheletro rappresenti una soluzione a ogni problema, né che possa sostituire l’allenamento, la preparazione fisica o le capacità individuali. Credo però che possa aprire prospettive interessanti, soprattutto in quei contesti nei quali ridurre l’affaticamento significa poter continuare a svolgere un’attività più a lungo e con maggiore comfort.

La mia prova è stata breve, circa un’ora, e non sarebbe corretto attribuirle il valore di un test approfondito su un’intera giornata escursionistica. Ho però potuto osservare direttamente il comportamento del dispositivo, sperimentarne l’assistenza in salita e in discesa, verificarne la praticità e individuare alcuni aspetti che, sui terreni più tecnici, potrebbero essere ulteriormente migliorati.

Il giudizio complessivo è positivo, soprattutto se si guarda alle possibili applicazioni professionali e di supporto alla mobilità.

Forse il vero valore di questa tecnologia non sarà permetterci di raggiungere una vetta più velocemente, ma consentire a qualcuno di continuare a raggiungerla anche quando, senza un aiuto, diventerebbe troppo faticoso farlo.

E, per chi ama la montagna, è una prospettiva che merita attenzione.

Scheda tecnica e considerazioni sulla prova

Per gli interessati l’esoscheletro testato è il Navee Exo S Pro, riporto i dati tecnici del produttore:

  • Peso dichiarato: circa 1,8 kg
  • Batteria estraibile
  • Assistenza regolabile su 6 livelli
  • Autonomia dichiarata: fino a 40.000 passi in pianura
  • Altezza utilizzatore: 160-190 cm
  • Rivestimenti e imbottiture rimovibili e lavabili

Caratteristiche rilevate in prova:

Aspetto valutatoMia impressione
VestibilitàMolto buona
RegolazioniSemplici e precise
ComfortBuono, da verificare sul lungo periodo
Assistenza in salitaMolto buona
Assistenza in discesaMolto buona
Percorsi regolariMolto efficace
Terreni tecniciQualche limite nei cambi di movimento
ReattivitàGeneralmente rapida
RumorositàMolto contenuta
TrasportabilitàBuona, meglio all’esterno dello zaino
ManutenzioneApprezzabile la possibilità di lavare i rivestimenti

Un ringraziamento a Roberto Sport di Sauris per avermi dato l’opportunità di conoscere e provare questa tecnologia, affidandomi una valutazione dal punto di vista di chi vive quotidianamente la montagna e il movimento.

Infine il costo, se qualcuno desiderasse acquistarne uno. Al momento il prezzo si attesta attorno ai 1000€. E’ possibile noleggiarlo a Sauris a 60€ al giorno.

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