Il monte Re

Come qualcuno di voi sa, da qualche tempo avrei piacere di condividere lo spazio virtuale di Ai Piedi delle Carniche con altri compagni d’Alpe, con il cruccio della scrittura “non scontata” come il sottoscritto.

Chi condivide come me il piacere di far rivivere anche ad altri, sebbene solo immaginando tra le righe del monitor o del tablet, quanto provato sulle cime delle nostre montagne Friulane, ha la porta aperta.

Ho avuto la fortuna di conoscere Sally, ragazza acqua e sapone di Cave del Predil dal sorriso dolce e una determinazione, quasi incredibile, che la spinge sempre dove l’aria è più leggera. Per ora solo nel tempo libero. Nasce quindi in questi giorni una collaborazione che sperò diverrà duratura e produttiva, lasciando a Sally il piacere di descrivere con i suoi occhi quella parte di Alpi Giulie che contorna il Lago del Predil. E oltre se ne avrà piacere.

Vuole presentarsi così:

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La ricerca del brivido che nessun’altra emozione riesce a regalarti, questo mi spinge in alto. Accarezzare la roccia, sfiorare il cielo, imparare a riconoscere nuove sfumature e bloccarle nei miei scatti. Per quante volte salirò sulla stessa vetta, ognuna avrà un gusto diverso. La loro continua trasformazione mi spinge alla conquista, al raggiungimento di quel profondo amore che s’irradia in tutto il corpo quando lo sguardo indugia verso l’infinito. E nel sentirmi piccola di fronte a quel maestoso tutto, divento ogni giorno più grande.

La cima dal nome nome regale

Chi passa per Cave del Predil senza conoscere la sua storia, valuta i segni ancora presenti del suo passato in maniera errata, sminuendo gli anni fiorenti che hanno lasciato le pesanti e profonde ferite che occhi qualunque possono vedere.
Paiono membra masticate, voragini spalancate sotto il cielo, tristi cicatrici silenziose che
restituiscono un’unica immagine di decadimento e abbandono.
Non guardano gli stessi colori gli occhi di chi, senza vivere il periodo dello splendore, ha potuto partecipare, nei racconti di chi c’era, a quella vita pulsante. Amare il proprio paese spinge a ricercare continuamente i lati positivi che può offrire, illuminando le ombre con la bellezza. Il viaggio in cui voglio portarvi è un’avventura alla scoperta della luce che sovrasta le spoglie cave rossicce a tutti note, una salita alla conquista di una nuova conoscenza e all’incontro con un meraviglioso sovrano.

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Salendo per la strada di Caroli, il vecchio paesino che sorgeva proprio sotto il gigante, può tornare alla mente l’idea di degrado, di cupo abbandono. Le case disabitate e ormai lasciate andare, sono però i fantasmi di una vita frenetica con protagoniste le famiglie dei minatori che tutti i giorni partivano per guadagnare il pane. Mi sembra di sentire le loro mogli preparare il pranzo, i bambini schiamazzare rincorrendosi senza sosta. Evocare immagini di vita passata mi tiene compagnia lungo la breve mulattiera che s’innalza fino a Sebastiani. Altri edifici diruti urlano il loro silenzio e, alle spalle, resta un po’ nascosta l’omonima entrata, con la chiave di cemento a indicarne il nome.
A fianco, scende un colatoio detritico che porta le sfumature della roccia esausta. Scendo
leggermente per attraversarlo e, sul lato opposto, mi appaiono le indicazioni per la cima. È un breve passaggio che segna il superamento di un confine immaginario: lascio fuori dalla linea invisibile preconcetti e negatività, cominciando a camminare più leggera, con la mente sgombra e pronta ad accogliere gli insegnamenti che natura e silenzio sono capaci di trasmettere. Imbocco il breve traverso rettilineo e, svoltando leggermente a sinistra, trovo lo sbarramento che indica la direzione da prendere. La faggeta che ospita i ripidi tornanti del sentiero è un luogo di calma evocativa. Chi per primo disegnò l’itinerario, però, non ebbe certo paura della fatica e del sudore: le curve che risalgono il bosco sono davvero erte! Serpeggio tra gli alti alberi, rinfrancata dagli scorci su Lago di Raibl e Cima del Lago che ingannano la fatica. Giunta a un lato leggermente più arioso, ritrovo le reti della miniera. Sono al limitare delle cave, quelle famose e di dubbio gusto. Tuttavia, anche quella rete un po’ arrugginita e rotta in diversi punti, mi trasmette un
profondo rispetto. È un’altra frontiera: di qua la natura, pulita, viva, palpitante. Dall’altra parte l’uomo, la polvere, ciò che è stato e mai più sarà. Costeggio la recinzione e la pendenza aumenta, assieme all’altitudine. Incontro i tubi dell’aria che andavano ad alimentare compressori e martelli; le nostre strade continuano a confondersi e intersecarsi, mentre calpesto il sottobosco e un Picchio Maggiore fa sentire la sua presenza diffondendo nell’aria il rintocco della corteccia.
L’impegnativa salita si placa, facendomi raggiungere il fianco aperto sul profondo canalone iniziale; osservo rapita la severità delle Cime di Riobianco, stagliate oltre l’orrido abisso. In breve, tra larici e fioriture alpine, raggiungo il piano che conduce alle cave.

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Non si tratta di una visita abituale, ma spesso mi piace scendere la larga pista che arriva sulle sabbie consumate dal tempo. Delle baracche ormai dissestate rimangono ad abitare il bacino. All’interno del ricovero più grande è ancora parcheggiato un Perlini. Gli occhi del mostro d’acciaio sembrano guardare imperterriti ai tempi d’oro della miniera. Dall’arida terra si alza anche la torre della teleferica, con i cavi sfilacciati e logori. Potrebbero non sembrare immagini positive, ma rivivo la grandezza che ancora traspare grazie al panorama che evolve tutt’attorno.
Tornando sui miei passi, imbocco il sentierino che risale il pendio erboso. La traccia incassata nel terreno raggiunge, a quota m. 1.494, il Piccolo Monte Re e la sua particolarissima croce realizzata unendo vari strumenti utilizzati dai minatori. Non posso evitare di pensare all’amore che quegli uomini provavano nei confronti della loro terra, di quelle stesse viscere che potevano rubare loro la vita.
Dal panettone, la vista può già spaziare grandemente verso Tarvisio e l’Austria e sulle vicine “Giulie cavesi”, mentre la mole della cima si staglia prepotente a Ovest. Punto a essa, attraversando in discesa il prato che mi separa dal bosco. Taglio in lunghezza la faggeta fino a un grosso albero caduto, le cui radici hanno da poco smosso il terreno; lo aggiro, trovandomi sotto una vecchia mangiatoia ormai scomparsa. Passo vicina all’incavo, riprendendo la salita sostenuta.

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I faggi iniziano a diradarsi, cedendo terreno in favore di bassi mughi. I pini mi accompagnano fedeli nell’ascendere a un muro di roccia, sotto il quale devio a sinistra, trovandomi in posizione prominente. Ora inizia la parte più entusiasmante della salita, perché le Giulie e la loro bellezza mozzafiato non si celeranno più agli occhi, continuando a trasmettere un appagamento profondo. Il sentiero si trasforma completamente: la soffusa calma dei boschi si risveglia sulle rocce fiorite,
accrescendo la voglia di arrivare più in alto per guardare ancora oltre.
Continuo a salire tra rocce e mughi, nella comoda traccia affossata che mi conduce dolcemente in quota. Domino la Valle di Riofreddo e con lo sguardo volo fino alla Carnizza e ai suoi capitani aguzzi. Una volta raggiunta la piccola anticima, calo sul traverso leggermente esposto che congiunge i due versanti. Poche svolte mi separano dalla vetta e i primi omini della gobba iniziale aprono il mio cuore all’incontro con la sua croce. La sento un po’ mia perché fu mio nonno, tra gli altri, a concepirla e portarla sullo spiazzo che oggi la trattiene. Ha una corona che abbellisce la sua testa di sovrano e un libro per custodire le firme e i pensieri di tutti coloro vogliano farne la conoscenza.
Dai suoi 1.912 metri, sembra dominare i capi dei gruppi più importanti, incurante di come vengono mal giudicati i suoi fianchi massacrati. Mi siedo accanto al vessillo e lascio la traccia della mia salita.

Nessun pensiero può turbarmi, mano nella mano con il Re, sono a un passo dal cielo.

di Sally Assandri

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