Dove cominciano le rocce

 

 

20.11.19

In qualche posto deve pur nascere la montagna.

In un luogo preciso quello che prima è accenno, è rugosità, è collina, si fa forza e spinge verso l’alto con la sicurezza di rocce che ne sostengono l’ascesa.

Qua in Carnia il fiume Tagliamento divide le cime che a Sud si chiamano Prealpi da quelle che verso nord assumono dignità, per taluni, e sono chiamate Alpi Carniche.

Pensare di salire una delle cime delle Carniche che dista pochi minuti da casa mia fa sorridere, ma questi sono i periodi dell’anno in cui le quote più alte si fanno scontrose. Vogliono una pausa di silenzio dopo l’estate, vogliono il bianco della neve a portargli pace. E’ quindi prematuro calcarle con gli sci, seppure questo strano novembre abbia riversato a terra la pioggia mancante dell’intera estate e la coltre bianca sia già alta sulle altitudini. Meglio aspettare qualche tempo, meglio approfittare per conoscere da vicino quelle cime, tendenzialmente disdegnate, che fanno da primo orizzonte alle case della valle del Tagliamento.

Da sempre sono stato piuttosto attirato da quella microarea geografica che sta attorno alla forra del torrente Vinadia. Una zona ancora selvaggia, fatta di contrasti schietti, dove acqua, gravità e pietra stanno giocando una partita che dura da millenni.

Addentrarsi in questa forra è un viaggio al centro della terra. Perché la gola, larga alla foce verso il greto del Tagliamento, si fa stretta ed altissima a poche centinaia di metri dal parcheggio. Sembra di essere in un altro pianeta, fatto di acqua e calcare. Il cielo lo vedi su in alto, 300m oltre la tua posizione ed è un azzurro che rincuora perché ti trovi in un budello oscuro dove ogni rumore accresce l’apprensione che ti accompagna. C’è poi la leggenda dell’orco del Vinadia a inasprire la suspence nella percorrenza , ma di questo, forse, ne parlerò più avanti.

L’abitato di Invillino dalla cima

La cima che getta le sue rocce nella forra verso Est è proprio quella che oggi abbiamo scelto per respirare un po’ di aria autunnale, finalmente libera dalle piogge dopo giorni e giorni di precipitazioni. Una cima a portata di mano che non ho mai valutato come interessante. Ma ho dovuto ricredermi dopo oggi.

L’ascesa comincia nei pressi dell’abitato di Villa Santina, a due passi dalla strada statale che sale verso le Dolomiti. E’ un tratto di strada sterrata che prende subito quota sui vicini prati e che mette un’interruzione piuttosto netta tra quanto succede sotto, quotidianamente, e quello che si prospetta più su, dove nulla è scontato. Pochi anni fa, ad esempio, una grossa porzione della montagna che stiamo pestando si è scrollata di dosso qualche pezzo causando una grossa frana ancora visibile.

Lasciamo la strada sterrata a servizio delle opere di presa del torrente Vinadia (realizzata dalla SADE per quello che doveva essere l’invaso del torrente Vinadia, idea fortunatamente abortita dopo la disgrazia del Vajont) e ci alziamo decisamente seguendo un sentiero CAI dai continui tornanti. Non si perde tempo, le serpentine sono costanti ed ininterrotte in una serie che ci porterà a cambiare terreno nei pressi di un piccolo rigagno d’acqua. Da qui, la salita si fa più verticale su erbe e terrazze dove la traccia amica del sentiero risale i tratti più addomesticabili del pendio che, di fatto. è costituito da larghe fasce di rocce levigate da una millenaria erosione. Cretis (rocce) ovunque. Che questo tracciato sia stato realizzato da parecchi decenni, oserei dire addirittura da qualche centinaio d’anni, lo dimostrano alcuni gradini realizzati nella roccia; utili per offrire un appoggio sicuro nei tratti più verticali del percorso. Che siano stati realizzati da pastori che un tempo governavano le greggi su questi desolati versanti? O dalla gente del posto per prendere quella poca acqua che questo sito carsico regala ancora oggi nella piccola gola dove il sentiero ne attraversa le pareti? Domande a cui non so dare una risposta certa ma che non lasciano indifferenti.

Sbuchiamo in una piccola sella dove le rocce lasciano spazio a pascoli, pianori e stavoli. La devastazione di Vaia è presente anche da queste parti. La dorsale del M. Cretis pare aver fatto da rampa di accelerazione a quel vento straniero in quella notte di un anno fa. E chi passa di qui non può che pensare, districandosi per qualche centinaio di metri tra grandi piante, quale forza incredibile debba essere stata messa in campo da quella tempesta per raderle al suolo. Il GPS ci indirizza sulla giusta traccia, il sentiero perso è in breve ritrovato e risaliamo le ultime distanze che ci dividono dalla cima vera e propria.

Sulla sommità faggi e roverelle segnano la fine dell’ascesa. Un piccolo cartello dice che siamo sulla sommità di quella montagna poco frequentata che affonda le sue radici di roccia nel mezzo della nostra Carnia.

Cretis, una parola del dialetto carnico che raggruppa tutto quello che questa cima esprime: rocce, massi, rupi, macigni, balze.

Il tramonto a cui assistiamo ci ricorda che il bello assoluto non esiste, il bello esiste ovunque gli occhi si aprano senza pregiudizi, senza metri di paragone preimpostati, senza mode scontate. E quassù, in questo momento, è i posto più bello del mondo per noi.

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INFO UTILI: L’ascesa al Monte Cretis, in comune di Lauco (UD) può essere compiuta partendo dal fondovalle nei pressi del paese di Villa Santina o molto più rapidamente da Lauco. La prima ipotesi è, senza dubbio, la più remunerativa.

Parcheggiata l’auto in località casali Zanussi (fronte Eurospar di Villa Santina) una strada sterrata sale in direzione Est verso la forra del Vinadia. All’altezza di un largo spiazzo va preso il sentiero che, sulla sinistra, si innalza ripido sul versante meridionale del Cuel Covon (sentiero segnalato CAI ma senza numerazione). Il tracciato porta senza grosse difficoltà (1 pass. di I° grado) ad una piccola forcella sulla displuviale tra Cuel Covon e M. Cretis attorno a quota 850m. Da qui il sentiero procede verso Est rimontando la dorsale del M. Cretis (tratto ostacolato da numerosi schianti a novembre 2019) e con un paio di passaggi più ripidi ne raggiunge la cima a 1041m). Dislivello dal parcheggio 680m – tempistiche indicative 1.45h

Per la discesa si può utilizzare la via di salita oppure, in maniera più completa, utilizzare la rete sentieristica dell’abitato di Lauco sfruttando eventualmente la discesa della ferrata “farine dal Diaul” per il rientro a Villa Santina e al punto di partenza. In questo caso, per l’anello completo, considerare una tempistica indicativa di 4 ore per l’anello completo. La discesa lungo il rientro della ferrata non comporta difficoltà alpinistiche svolgendosi completamente su sentieri e mulattiere.

 

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