Zona Rossa o bianca?

di Tiziana Romano


Crepita e scrocchia sotto ai miei passi la poca neve rimasta al bordo della strada. È ancora buio e le uniche luci accese in paese sono quelle dei lampioni. Nessuna finestra illuminata né fari di auto che tagliano le ombre. D’altra parte i pochi movimenti rimasti sono quelli del lavoratori, ormai anche il vociare dei bambini si è fatto raro. È una guerra muta, questa pandemia. Mi piace questo attimo di stasi prima dell’alba, quasi surreale in cui persino gli animali sono silenti. Mi cullo nella mia solitudine e nel freddo della mattina. Il termometro fuori casa segna -12°C. Mi ci trovo bene, sento una nuova energia scorrermi dentro nonostante oggi abbia faticato a svegliarmi per le poche ore di sonno. Allontanandomi dalle luci arancioni dei lampioni alzo lo sguardo verso il cielo e riempio gli occhi del vellutato cielo trapuntato di stelle. Pare siano addirittura più di quante ne regalino le notti d’estate, ad est si staglia la stella del mattino. Lucifero. Venere.
In poco tempo sono all’attacco e le prime luci rosee carezzano timidamente la rampetta che sale accanto alla strada. La neve si è sciolta poco nonostante la primavera teoricamente bussi alle porte di questo rigido inverno. Alito sulle mani coperte dai guanti, cercando un po’ di calore per infilare gli scarponi. Oggi ho scelto un versante a sud memore del ghiaccio lungo il sentiero percorso qualche giorno prima, a nord. Gli sci scorrono sicuri sulla pista battuta da qualche scialpinista nei giorni precedenti, quando ancora si creava firn. I primi metri sono sempre i peggiori quando sono sola, quelli in cui le gambe sembrano fare più fatica e mi chiedo puntualmente se ne valga la pena. Stringo i denti, guardo l’orologio e abbasso la testa sulla stradina che sale nel bosco sotto la luce tenue della mattina. Piano piano sembra sciogliermisi il nodo dell’incertezza e comincio a sentire un po’ di nostalgia verso quei pochi che sanno condividere con me la leggerezza del sentimento che solamente il fiato corto del dislivello sa regalare.

Malga Siera


Comincio a muovermi spedita cercando di racimolare un po’ di calore nella salita, concentrandomi sul movimento, sul respiro e sui pochi metri davanti a me: è un momento così puro e fine a se stesso che sembra quasi donarmi energia anziché togliermela e sento la stanchezza scivolarmi di dosso, quasi andarsene ad ogni nuvoletta di vapore che esce filtrata dalla mia Buff. Un po’ di quel vapore mi si ferma sulle ciglia brinando immediatamente. Che buffo, penso, quasi come gli alpinisti quelli veri!
Il dislivello aumenta costantemente lungo la strada, ma il gelo non accenna a smorzarsi e, anzi, il cielo si fa grigio. Della tinta della neve, con l’aria pungente che annuncia fiocchi sottili. Omar mi ha indicato la linea, mi ha accennato a un posto poco conosciuto (non lo sono tutti, da queste parti?) eppure nella neve ventata intuisco tracce di sci. I primi 600 metri sono andati e proseguo spedita cercando di accelerare il passo. Ora devo solo affidarmi alla scarna relazione che ho trovato su un vecchio libercolo: le tracce sono state sotterrate dalla sottile polvere che la bora tagliente ha turbinato tutto attorno. Taglio nel bosco cercando di non perdere troppa quota e di restare prudente. La neve è molta, quest’anno. Morbidamente lascia il terreno dormire più a lungo, quasi a voler prolungare la tregua che questa pandemia sembra averle dato dai tormenti dell’uomo. Sorrido mentre vedo, più in alto, due giovani camosci fronteggiarsi giocosamente nella luce fredda del sole che filtra dalle nubi. Forse, allora, un po’ di primavera è arrivata. Mi ammalia sempre la sfrontatezza di queste bestie, che pare giochino con la gravità come con un amico di lunga data.


Proseguo nel dedalo di neve e alberi, circumnavigando l’altura e affacciandomi al largo canale punteggiato di qualche nudo larice. La neve vi si è posata come una coltre amorosa addolcendo il paesaggio aspro delle mie Dolomiti. Alzando lo sguardo trovo le imperiali pareti rosee che si ergono con guglie che il più abile architetto non saprebbe imitare nemmeno lontanamente.
Il cuore mi fa un guizzo, il petto sembra aprirmisi tanto è il sentimento che mi lega a questi luoghi.
Sento di appartenervi. “Casa” è l’unica parola che mi pare adatta anche se sembra rendere davvero poco l’emozione che puntualmente mi travolge.
Con questa rinnovata leggerezza continuo a muovermi risalendo a zig zag la parte più ripida in basso e poi portandomi sul lato ovest quasi per timore di rovinare tanta bellezza. Quantomeno i segni che lascio sono poca cosa sulla neve crostosa che riempie la conca. Cerco di evitare gli accumuli farinosi per essere ancora più discreta. Qua e là noto le vecchie tracce di quel qualcuno che ha avuto la mia stessa idea, tempo fa.
Il silenzio è rotto solamente dal mormorio leggero del vento tra le creste rosacee e le nevi arricciate.
Vorrei cristallizzare questo momento per sempre, perfettamente sospeso nel tempo.
Così che ammaliata proseguo con il naso all’insù verso quelle che mi paiono cattedrali di immensità, con un sorriso stampato sul viso e il petto ricolmo di gioia.
Intravedo il canalino finale che si inerpica tra due pareti parallele. È colmo di neve, intonso. Sono stanca, ma l’emozione è tale da non farmi desistere. Salgo sci ai piedi finché mi è possibile.
In mezz’ora arrivo alla forcella e mi si dipana un panorama che ha ben poco da invidiare alle mete più
anelate. La mia vallata se ne sta distesa davanti a me con i morbidi declivi delle cime saurane e le cimette dolomitiche imbiancate che mi attorniano come in un abbraccio, ridefinite solamente da pacate linee tratteggiate dal vento. I boschi in fondo alla valle sono tinti del blu del freddo e la roccia sembra essersi fatta più dura che mai. A nord-ovest le nubi stanno caricando il cielo plumbee, mentre sopra di me si squarciano a lasciare bagnarmi il viso della luce di un raggio di sole che finisce per carezzare con note dorate questo mio angolo di paradiso.
Mi riempio gli occhi, il cuore e l’animo prima di ridiscendere stancamente e un po’insicura: mica sono una sciatrice provetta e qui i soccorsi non li può chiamare nessuno per me. Mi crogiolo nella mia solitudine.


La neve non è facile: si alternano tratti di crosta ad alcuni ghiacciati ad altri di neve farinosa.
Scendo piano, cercando il controllo in un esercizio più mentale che fisico. Mi piace sfidare me stessa,
portandomi al limite e riuscire a controllare quella paura che mi accompagna, rendendola sana. Mi chiedo se il sentimento sia lo stesso degli alpinisti che affrontano sfide estreme.
Lentamente ritorno lungo le tracce leggere che ho lasciato risalendo, scivolo in ampie curve lungo il
canalone largo, fino al bosco. Mi ci inoltro nella neve morbida, divertendomi a schivare gli alberelli e fare piccoli salti. In poco intravedo fra i rami la strada fatta il salita, manca solo un breve tratto da risalire. Sospiro: scaletta.

In forcella

In poco riesco a riguadagnare quei pochi metri che mi separano dalla discesa, mi risistemo gli occhiali e la Buff e comincio la lunga discesa sulla forestale.
Le gambe ormai stanche cercano di seguire le linee già tracciate rallentando di tanto in tanto alla ricerca di qualche tratto più morbido. Intravedo il faggio caduto in mezzo alla strada, rallento, ma calcolo male la traiettoria e mi ritrovo a rimbalzarvi pigramente addosso (“che pirla”, penso) e a cadere letteralmente seduta. Sarebbe anche divertente se un acuto e breve dolore non mi affliggesse la coscia sinistra.”Ahh” soffio dai denti serrati in una morsa dura. Respiro profondamente e mi rialzo, guardo giù: potrei essere caduta su un sasso. È il ramo ancora ghiacciato di quell’albero spezzato dalle intemperie. Immagino il bel livido viola che mi accompagnerà per un paio di settimane, poi provo a tastare mestamente. Miseria! Ho rotto i pantaloni e sento il sangue cominciare appena a scorrere lentamente sotto la stoffa, quel rigagnolo tiepido, rosso e denso. Il dolore è comunque più che sopportabile, meglio mi muova a scendere così da medicare quanto prima. Ovviamente il kit di primo soccorso l’ho lasciato a casa, al solito.

La strada scorre velocemente ora, nonostante i muscoli provati: in una quarantina di minuti sono
nuovamente alla macchina. Tolgo sci, zaino e scarponi e spudoratamente abbasso i pantaloni. Nessuno
passerà di qui oggi, in zona rossa. Mi contorco per vedere il retro della mia coscia, appena sotto il gluteo: ci sono due buchi nella pelle che rigurgitano sangue. Bene, nulla di troppo grave, mi dico e mi siedo al volante masticando una mela, la coscia un po’sollevata dal sedile. Supero i paesini e una pattuglia dei carabinieri che mi osserva pigramente già impegnata per un controllo. Non ho nulla da temere, eppure mi sento quasi illegale. Mi chiedo quale sia il motivo. Questo virus ha instillato dubbio e paura anche nella quotidianità. Mi incupisco un poco al pensiero che, però, scaccio subito memore di quel che ho appena fatto. Sono orgogliosa, sento di aver superato un altro mio piccolo limite, sento di stare avvicinandomi passo passo a quelli che sono obiettivi che non avrei creduto di poter anelare. Sorrido ancora mentre scarico dalla macchina la mia attrezzatura, carezzo gli sci, carico lo zaino su una spalla e volgo lo sguardo verso le cime appena scese. Il cuore tronfio.
Zoppico goffamente verso casa con un sorriso difficile da nascondere.
Sono felice.


Info utili: Un itinerario di scialpinismo che viene frequentato raramente ma che attraversa, nella parte superiore, lo splendido Cadin delle Vette Nere, isolata valletta dolomitica dallo straordinario contesto paesaggistico. La parte inferiore comporta la risalita dei versanti boscati che si fanno spazi aperti verso il passo Siera. Da qui comincia la parte più interessante che conduce alla Forca alta di Culzei a quota 2203m (dove transita la ferrata dei 50).

Provenendo da Prato Carnico si può parcheggiare presso il piccolo spiazzo di Culzei (975m di quota) dove comincia la strada per il passo Siera con evidenti indicazioni.

Raggiunto il passo si prosegue in direzione nord aggirando un avancorpo e continuando in leggera salita attraverso un bosco piuttosto rado con dossi fino al raggiungimento della parte inferiore del Cadin delle Vette Nere. Per terreno aperto e man mano più stretto si risale fino alla Forca Alta di Culzei, a quota 2170m.

Forca Alta di Culzei dalla Val Pesarina: quota 2203m – Dislivello 1360m dal parcheggio – diff. B.S (P.D.-E1-2.2) – Tempo 4/5h dal parcheggio

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