Complimenti al cuoco – Volaia

Ripercorrere strade già calcate ha spesso il sapore di un ritorno a casa. Una casa che è stata, per un certo periodo della mia vita, costruita di sole pareti. Per tetto il cielo. E tornare a casa, se così posso definire questa giornata, è stato un miscuglio di emozioni sopite che solo le arrampicate in certi contesti possono regalare.

Perché scalare in montagna ha un sapore differente, seppur le rocce siano le stesse verticali e grigie delle falesie.

Ci sei tu e c’è tutto quello che ti circonda. Perché in falesia, tranne rari casi, non presti attenzione a quanto ti sta attorno, distratto dal gesto atletico, dalle indicazioni del compagno di turno, da tutto quello che non è sinonimo di montagna.

Oggi con Tiziana sono tornato in una delle zone più belle della montagna carnica, quella del passo di Volaia. Scontato trovare una folla di vocianti camminatori diretti al lago e all’unico rifugio aperto quassù in questa splendida estate dove la montagna è stata presa d’assalto da chi non l’ha mai considerata prima. E la conseguenza di questo afflusso scellerato, purtroppo, si vede benissimo. Basta risalire un qualsiasi sentiero dove ci sia un minimo di attrattiva. Risalendo dal rifugio Tolazzi verso il passo di Volaia non ho potuto evitare di vedere quanta immondizia sia stata abbandonata a terra. Non ho potuto sottrarmi dalle risa sguaiate delle comitive, agli urli continui di chi, probabilmente per la prima volta, arriva in un luogo così bello e così alto.

Certo qualcosa di positivo c’è. Scrivo di montagna carnica oramai da un decennio e lo faccio perché queste cime e queste valli trovino la giusta notorietà che gli spetta. Ma non così per piacere!

Montagna è silenzio, prima di tutto. E’ un dialogo che si instaura tra te e quanto ti circonda. E una pausa dalla quotidianità che permette di tagliare, anche solo per qualche tempo, quel filo che ci lega alle regole della società che ci siamo costruiti e scelti. E’ il rispetto di entrare in un luogo che non è nostro e che ci accoglie se ne ha voglia.

Ecco perché provo un certo sollievo mentre lasciamo il sentiero che valica il confine nei pressi del lago. Assieme al sentiero prendiamo la distanze da un modo di vivere questi ambiti che non è di certo il nostro e che auspico la gente dimentichi al più presto. Ma dubito sia possibile, passato il “tempo del covid”, tutto tornerà come prima con certi ambienti relegati ad essere la via di fuga nel tempo del “tornacomodo” . In montagna resteranno le immondizie e qualche romantico superstite come me e pochi altri.

Sul tratto chiave della quarta lunghezza

Raggiungiamo l’attacco della via, uno spit alto sulla fessura ci indirizza nella giusta direzione. Mi pare alto ma confido nella perizia di chi ha aperto questa via. Della coppia Pezzolato-Gojak ho già percorso in passato altre vie e le ho sempre trovate realizzate molto bene con punti di ancoraggio e di sosta sensati, né eccessivi né scarsi, e linee scelte con una logica interessante. Ecco quindi che risalgo la prima lunghezza con una certa tranquillità d’animo, non ho nulla appeso all’imbrago per eventuale integrazione ma già so che non ce ne sarà bisogno alcuno. La prima lunghezza scorre veloce, dentro questa larga fessura in cui rinvengo anche un chiodo da roccia (4B – 30m – 4spit 1 ch).

Tizi mi raggiunge veloce, forse anche lei vuole prendere le distanze dal popolo vociante del lago. Quindi non mi perdo in chiacchiere e seguito verso destra dalla sosta, lungo una bella placca compatta con un movimento delicato. Tutto risulta ottimamente attrezzato con fix da 10mm e la progressione propone stupende placche del colore del cielo. E’ qua che il calcare delle pareti si fonde con le acque del lago che ci fanno da sottofondo, in una tinta indefinibilmente affascinante. Alla placca segue una facile fessura prima della sosta (5C – 25m – 7spit).

Sul diedro della terza lunghezza

Affronto il diedro superiore, piuttosto appoggiato e piuttosto liscio dove dimentico l’eleganza dei movimenti e prediligo la concretezza dell’ascesa. Con un movimento ad incastro interessante guadagno metri. Nel mio essere impacciato penso ad Honnold e alla sua libera in Yosemithe, non so perché ma immagino che lui non abbia problemi di stile, immagino. (5A – 20m – 3spit 1ch).

La lunghezza del passaggio chiave comincia su rocce rotte che vanno raddrizzandosi nell’avvicinarsi ad una zona di strapiombi. La spittatura è ottima e ravvicinata e il passaggio chiave risulta effettivamente delicato. Un traverso su placche dove conviene tenersi alti prima della sosta che si trova subito dietro l’angolo. (6A+ – 20m – 5spit).

Sulla quinta lunghezza

Tenendomi sotto agli strapiombi sovrastanti miro all’estrema destra della parete e con una serie di buoni appigli mi sposto alla sosta senza grosse difficoltà (5A – 25m – 3spit).

Quinta lunghezza

La sesta lunghezza conduce all’aggiramento dello spigolo su rocce particolarmente rotte e delicate. Le uniche solide sono state sfruttate, in alto, per posizionare i punti di ancoraggio in maniera adeguata e cerco di restare alto sotto a queste rocce per muovere meno sassi possibili. Nonostante tutto, il fatto di avere girato “l’angolo” della parete mi da’ una certa tranquillità visto che eventuali pietre smosse non interesserebbero la sosta ma cadrebbero nel vuoto verso il rifugio Lambertenghi. Mentre recupero Tizi in sosta ho tempo di ricordare le belle ore passate con gli amici Stefano, Alex e Giulia dentro a quella struttura che attualmente è sventrata dai lavori di sistemazione che il comune sta apportando. E mi chiedo se non fosse stato possibile trovare un compromesso, una via meno dolorosa per la realizzazione di queste opere che ho sotto il naso. Il fatto che sia stata chiusa, spero momentaneamente, la loro carriera da gestori dopo tutti i sacrifici e le fatiche fatte la dice lunga. E nessuno quanto me può capire cosa rappresentino quelle 4 mura di vita estiva per chi le vive, così come quanto dura sia lasciare il costruito e un pezzo di vita per l’ignoto. Tiziana arriva in sosta e mi distoglie da questi pensieri che mi avviliscono, meglio così, meglio pensare alla roccia, all’arrampicata, a questo sole che ci sta scaldando fin troppo e al magnifico posto in cui stiamo facendo quello che ci piace. (3° – 20m – 3spit).

La settima lunghezza comincia a sinistra della sosta con un passaggio più verticale e fisico, oltrepassato la difficoltà dell’ascesa cala nuovamente e guadagno la sosta dopo una serie di placche compatte (6A – 30m – 7spit).

Il tempo è corso troppo in fretta e gli impegni quotidiani, quel filo di cui parlavo prima, ci impediscono di percorrere le ultime 2 lunghezze che aggirano a sinistra una dorsale di pareti più verticali con difficoltà max di 6A. E’ tempo di scendere, è tempo di lottare con il vento di questo imbuto che è il valico di Volaia, dispettoso compagno di salita, birbante collega che si diverte a spedire le corde lanciate nel vuoto verso una linea che non è quella prescelta. Ma in montagna anche questo fa parte del gioco.. Fosse tutto diritto, impostato e asettico che divertimento ci sarebbe?

Omarut e Tiziana

Info tecniche: la via “Complimenti al cuoco” fa parte di quegli itinerari di stampo sportivo realizzati da Paolo Pezzolato e Sara Gojak nell’area del passo di Volaia, sulle pareti del Lastrons del Lago e delle vicine Torri Carla Maria, Torrione Spinotti etc attorno al 2006-2008. Come le altre gode di un ottima chiodatura a spit zincati da 10mm che garantiscono una scalata all’insegna del divertimento e della sicurezza. Tutte le soste presenti hanno cordone di collegamento e maglia per la calata in corda doppia; indispensabile allo scopo avere con se discensore e cordino per bloccante. necessaria corda da 70m.

La via è la più lunga di questo settore di parete e presenta 300m di sviluppo per una difficoltà massima del passaggio chiave di 6A+ (azzerabile). Tempo di salita complessivo 4h. Non ho trovato necessario integrare nulla, quindi è lasciato alla propria discrezione personale portare eventuale materiale per integrare il presente.

Per l’accesso seguire il sentiero CAI 143 fino al valico di Volaia poco oltre il rifugio Lambertenghi Romanin. Da qui, lungo la cresta di destra, seguire verso le pareti e salire una traccia che mira alle stesse su ghiaie smosse. La via attacca in una larga fessura all’estrema destra della grande placconata grigia, a destra di un’altra via segnalata alla base con una croce di vernice rossa. Tempo all’attacco 1.45h

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