Quel lago nascosto


A volte penso di essere così attaccato alle montagne perché da loro so che non posso aspettarmi altro che emozioni controllabili o che stanno alla mia portata.

C’hai mai pensato? Se vai per monti è raro trovare qualcosa che rovini il contesto, una nota stonata in quella bellissima sinfonia delle cime. In altri ambiti della nostra vita non sempre è così, nella vita sociale ad esempio. Quante volte capitano incomprensioni, smarrimenti, sensi di colpa? “Fa parte del gioco”, dirai tu, e di questo ne sono ben conscio. Solo che a volte e a piccole dosi, la solitudine, può essere una compagna ideale per non dover sottostare alle regole della socialità che spesso migrano verso un turbinio incontrollabile di punti interrogativi. Si diceva solitudine, confidente benigna che sa consigliare, indirizzare nella giusta direzione o anche solo ascoltare. A volte basta questo.

Una giornata di luglio come altre, con il verde dei monti che già abbaglia dal fondovalle. Una giornata in cui scelgo di essere solo, non per menefreghismo ma per bisogno. Oggi farò una caccia al tesoro, senza mappa se non quella trascritta nella memoria.

Il lago dei tritoni
Il lago dei tritoni

Queste tecnologie a volte tanto bistrattate, tempo fa mi diedero una buona dritta, o quantomeno credo. Vagando nei cieli delle montagne di Carnia, visitando virtualmente dal satellite creste e dorsali, mi imbattei in un riflesso del monitor che mi incuriosì parecchio. Pareva un lago, un piccolo bacino di montagna in una zona a ridosso del confine italiano, in un contesto completamente fuori da qualsiasi tracciato noto. Consultate subito le cartine trovai riscontro di quella piccola goccia d’acqua lontana da tutto e tutti. Nemmeno un nome, talmente piccolo come bacino da non meritare tanto. Eppure da quelle parti c’ero già passato.. Con Fabio, in un autunno indefinibile di anni fa, al limite dell’inverno quando il freddo attacca le pietre come fosse steso a terra un velo di colla e la neve prepara i suoi fiocchi in cielo. Ma del lago nessun ricordo.

Ecco perché oggi ho scelto di cercarlo dal vero, lasciando a casa le tecnologie ed inoltrandomi in quei contesti a me cari dove so che non troverò note stonate.

L’idea che mi faccio, mentre mi stendo sulle sue rive, è proprio quella di un posto fuori dal tempo. Nessun sentiero, nessun rumore, nessuna presenza, il niente che si trasforma nel tutto.

La prima incognita è capire in che maniera entrare in quella terrazza erbosa. Perché la pozza è sospesa sopra una gola in una specie di balcone morenico delimitato verso valle da pendii molto ripidi e scoscesi. Una sorta di confine invalicabile anche verso est, dove pendii più verticali impediscono, di fatto, di passare indenni. Scendere dalla soprastante dorsale sarebbe un’inutile faticata, opto quindi per l’accesso da ovest, da quel passo di confine dove l’italianità fu presidio ininterrotto per i 3 lunghi anni della guerra.

Raggiungo la sella a quota 1800, da qui  il sentiero scende nella profonda valle solcata dalle acque che cominciano la loro corsa verso il mar Nero. L’incredibile destino di una goccia d’acqua che cade da queste parti, rimbalzando a Sud si farà Mediterraneo in poche decine di km, scivolando a Nord andrà a centinaia di km da queste Alpi, a finire in una terra completamente straniera dopo il passaggio nel Danubio.

Dato per certo che davanti a me la dorsale è troppo ripida per passare, mi alzo su di una cresta accennata dove gli alpini eressero alcuni ricoveri di fortuna per fuggire alle pallottole nemiche. Uno spiazzo più grande interrompe la continuità di questa chiglia verde che sto risalendo, uno spiazzo che qualcuno chiamò casa per qualche tempo e che a distanza di un secolo resta testimone muta. Risalgo ancora per rododendri e pietre, dev’esserci un passaggio per scavalcare questa displuviale. E infatti, poco più su, al limite di una verticalità che imporrebbe attenzioni e riguardi ben maggiori, una labile traccia attraversa in quota permettendomi di oltrepassare questa zona. Pare un ponte tibetano teso fra 2 mondi, quello del “conosciuto” verso quello dell’ignoto e della scoperta.

Continuo in quota, mirando a quel terrazzamento enorme dove so che un punto d’acqua mi aspetta. La pendenza è calata e procedo spedito, la vegetazione è bassa seppur rigogliosa, nessun rumore mi attornia se non quello dei miei passi sui cespugli.

Ed eccolo, proprio davanti a me, sul fondo di una serie di gobbe verdi. Messo lì, ad un passo dal baratro verso l’Austria, sembra la creazione di qualcuno che si è divertito a sfidare le leggi della gravità. Nato dalle nevi della cresta sovrastante e serrato da una collina che lo lascia scappare attraverso un pertugio, passaggio troppo piccolo perché si svuoti completamente.

L’idea che mi faccio, mentre mi stendo sulle sue rive, è proprio quella di un posto fuori dal tempo. Nessun sentiero, nessun rumore, nessuna presenza, il niente che si trasforma nel tutto.

Che poi a guardare bene nelle sue acque di presenze ce ne sono, e parecchie! 3 tipi differenti di tritoni alpini scodinzolano simpaticamente mentre, ad intervalli regolari, raggiungono il filo dell’acqua. Alcune rane galleggiano poco più in la, squadrandomi a fondo. “Che strano tipo di cervo o camoscio è mai questo?” immagino stiano pensando nella loro testolina..

Preso il tempo giusto per condensare tutto quello che mi circonda nel perfetto ricordo, comincio a pensare a come rientrare al punto di partenza. E sarebbe anche bello allungare un po’ il percorso, visto che la cime della Cuestalta è relativamente vicina e una capatina sarebbe l’ideale prosecuzione di questa giornata. Quindi, deciso sul da farsi, cerco la maniera migliore per guadagnare quel filo di cresta fortificata dove poco oltre corre il sentiero. La prima traccia dell’uomo più vicina a questo catino di naturalezza. Risalgo prati e ghiaie inglobate dalle radici verso la sommità.. I reticolati del ’15 sono diventati da strumenti di morte strutture di regimazione idraulica: trattengono nelle loro spire arrugginite una grossa quantità di detriti che altrimenti franerebbero sul versante. Mi arrampico sui fili spinati, smussati dal tempo, raggiungendo la sommità dove stavano gli italiani. Un veloce saluto alla conca solitaria e dirigo verso est, su quel sentiero che taglia in quota a l’intero versante dello Scarniz diretto alla cima del gruppo, la Cuestalta. Ci arriverò in breve, immerso nell’odore acre di un gregge di capre che rumina al limite del baratro. Come fosse il posto migliore per gustarsi l’erbetta fresca di queste cime carniche, e forse per loro lo è anche.

Sulla cima incontro una coppia di amici, uno friulano e l’altro piemontese. Quest’ultimo, partito nottetempo da Cuneo, si è fatto ore ed ore di viaggio per arrivare quassù, nella profonda Carnia. Memore di un passato che l’ha visto militare come molti altri, mandato all’estremo nord-est d’Italia, e come tanti altri qua in Carnia ha lasciato, oltre che un anno della propria vita, il proprio cuore!    


Informazioni utili

Non avendo un nome, mi permetto di battezzare questo bacino come “lago dei tritoni”. Per raggiungerlo, parcheggiata l’auto a casera Pramosio, raggiungibile con strada sterrata dalla statale in località Laipacco di Paluzza, si prosegue a piedi mirando al Passo di Pramosio sul sentiero CAI 402. Risalito il primo tratto della strada sterrata/cementata si lascia la casera Malpasso sulla sinistra salendo fino al sentiero non numerato che sulla destra porta al passo a quota 1792m. Ora su terreno privo di riferimenti, si risale la dorsale di destra dove resistono alcune postazioni militari, per un centinaio di metri di dislivello fino a trovare un possibile passaggio per attraversare verso N-E, alti sopra ad un canale nei pressi di una roccia. Oltrepassato questo ostacolo si procede in falsopiano per guadagnare l’accesso al grande terrazzo erboso dove si rinviene il lago dei tritoni a quota 1970m (dal parcheggio 1.30h circa). Volendo proseguire verso la Cuestalta si risale frontalmente il pendio verso meridione mirando all’insellatura più bassa della dorsale. L’ascesa presenta tratti ripidi verso la parte finale con reticolati a terra che non infastidiscono. Giunti sulla displuviale si rinviene il sentiero CAI 448 che porta all’aerea cima della Cuestalta a quota 2198m con una parte finale più ripida (2.45h circa sin qui). Il rientro avviene nuovamente sul sentiero CAI 448, oltrepassando la cima del M. Scarniz e scendendo poi direttamente al Passo di Pramosio e, quindi, al parcheggio. Tempo totale 5.30h circa – difficoltà E.E. – Dislivello complessivo 712m, distanza 11,2km.

Persone allenate possono considerare una tempistica di 3 ore per l’intero percorso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...